Entra nel vivo la XXXV edizione di Time Zones: dopo le anteprime di “Underzones” e l’installazione di Francesco Arena nel chiostro di Santa Chiara con le musiche di Davide Viterbo, al Teatro Kismet è cominciata la fase più significativa della rassegna. Sono ben sette date, fra concerti e performance, che danno una precisa identità alla rassegna: si spazia dall’elettronica a forme di musica neoclassica, da interazioni di musica e immagini alla “narrazione scenica musicata”.
E’ toccato a Roberto Cherillo il compito di aprire la rinnovata collaborazione Time Zones – Kismet. Il musicista calabrese è dotato di una straordinaria sensibilità artistica, molto raffinata. Il suo stile è in costante evoluzione lungo un percorso lineare e coerente che lo porta a rifiutare ogni forma di restrizione legata alle “etichette”. Accumula esperienze che lo arricchiscono e lo inducono a ricerche e sperimentazioni, soprattutto nell’uso della voce. In tal modo con l’umiltà di chi sa di non sapere ha acquisito un potenziale artistico di cui forse non ha piena consapevolezza. Conosce il punto di partenza, sa dove si sta soffermando a fare tappa, ma non sa quale sia la meta alla quale potrà approdare. Il suo curriculum è molto vario: vi si registra un grande interesse per il cantautorato più colto e sofisticato d’oltremanica e d’oltreoceano (Tim e Jeff Buckley, Nick Drake), riferimenti ai primi King Crimson, alla vocalità sofferta e lunare di Bob Wyatt; ma non deve sorprendere l’interesse per la voce di Nusrat Fateh Ali Khan e della lingua qawwali; e non sorprenda nemmeno la sua escursione nel jazz con accostamenti a Chet Baker, al quale ha dedicato uno splendido album registrato con il trombettista Luca Aquino.
Oggi Roberto è tornato alla sua prima vocazione. L’incontro con il pianista barese Kekko Fornarelli sta segnando un’altra tappa nel lavoro di ricerca: il suo eclettismo si è venato di ritmi trip-hop prendendo una direzione più marcata verso contaminazioni ancora da maturare.
Nel concerto barese Cherillo ha presentato sue composizioni e tre brani dei suoi autori preferiti: la intima “Lighthouse” del canadese Patrick Watson, “Cafè” di Tim Buckley, “A case of you” di Joni Mitchell. Di suo ha cantato, con la voce limpida che lo caratterizza, “Shelter”, “All you deserve” e la struggente “Bye bye sweetheart”, blues dedicato alla madre.
A seguire, nella stessa serata, si è esibito Remo Anzovino, pianista molto attivo e prolifico. La sua fama è legata alle musiche originali che accompagnano le monografie di Gauguin, Picasso e Van Gogh su Sky. Più recentemente ha fatto notizia il suo “Concerto della memoria” tenuto il 15 settembre sulla diga del Vajont a commemorazione della tragedia del 1963. Pur essendo un avvocato penalista, attività essenzialmente pragmatica, Anzovino vive in una dimensione culturale lontana dalle forme “reali” dei tribunali. Da giovanissimo ha sempre rivolto la sua attenzione a cinema, teatro e pubblicità, scrivendo numerose colonne sonore. In particolare ha composto musiche per film risalenti al cinema muto, come “Metropolis”. Per meglio comprendere la sua personalità vale la pena citare “Il diario sonoro”, format audiovisivo scritto e girato nel periodo del lockdown: un progetto nel quale narrazione, musica e immagini in movimento si fondono. Nel suo ultimo album, “Vivo”, sono riportate le sue migliori composizioni in nuovi arrangiamenti; in sostanza quello che ha proposto sul palcoscenico del Kismet.
La sua musica, di grande qualità, sa essere immediata: al primo ascolto se ne percepisce subito fascino e cantabilità. La forma canzone è facilmente riconoscibile, forse grazie anche alle collaborazioni di Remo con la PFM, gli Afterhouse, Gino Paoli, Cristicchi. Ma quello che più risalta nei componimenti è l’atmosfera evocativa della musica cinematica, sia che la si accosti ai dipinti famosi, sia alle immagini personali che l’autore elabora in strutture colte e personali. Il suo live act è ricco e interessante, sempre stimolante. Le emozioni sono un flusso di energia, con puntate anche nel valzer e nel tango: “Giverny Rapsody” e “Avec ma nymphe”, dedicate a Monet, sono delle gemme; “Frida viva la vida” dedicata a Frida Kahlo; “Galilei” ha reminiscenze polemiche; “Hallelujah” è una preghiera, un inno alle debolezze umane; “Natural Mind” ha il ritmo moderato che vorremmo vivere quotidianamente.
“Vi consegno pagine bianche sulle quali far correre la vostra fantasia, il vostro gioco dell’immaginazione”.











