Un tetraplegico di 42 anni allettato da anni dopo un incidente stradale, senza che possa autonomamente bere, mangiare, muoversi o parlare, ha chiesto all’Asl di riferimento di procedere con il suicidio assistito. La richiesta è stata inoltrata dopo la sentenza del 2019 su dj Fabo, quando la Consulta ha dichiarato non punibile chi agevola l’esecuzione del suicidio. L’Asl s’è rifiutata – e l’associazione Luca Coscioni intima l’azione legale.
C’è una vacatio legis in Italia, infatti questa possibilità non è normata dalla legge. Oltre la sentenza della Consulta, v’è un sollecito della Corte Costituzionale sul Parlamento per stabilire le modalità d’esecuzione del suicidio assistito. Secondo l’avvocato Gallo, che segue la vicenda:
“La risposta della direzione sanitaria disconosce la sentenza della Consulta che ha valore di legge. La politica dovrebbe recepire le richieste dei cittadini, ma spesso non è in grado di farlo e quindi attende che siano i giudici a pronunciarsi”.
Oggi l’unica alternativa è la Dat (Disposizioni anticipate di trattamento), ovvero il rifiuto di ricevere cure e nutrizioni, andando avanti con farmaci palliativi in attesa della morte. Una via crudele e di sofferenza, non un trapasso dolce e sedato. In proposito, ricorda sempre l’avvocato: “Se accettasse la Dat, morirebbe dopo enormi sofferenze e tanti giorni di attesa”.
C’è un grande punto etico, dirimente, sulla questione. Si può difendere la vita in senso astratto e concettuale, quando chi sta subendo un travaglio fisico, mentale ed emotivo, dal quale non potrà mai più guarire o tornare indietro, decide di porvi fine?
Sappiamo che sotto l’aspetto religioso l’esistenza è sacra e inviolabile, e andrebbe difesa a spada tratta. Ma i valori, anche laici, sono soggettivi e non possono non tenere conto delle condizioni reali della persona, e soprattutto della volontà. Uno Stato materno che accudisce e tutela i suoi cittadini, ha bisogno di un contraltare paterno, in cui tra l’assunzione dei doveri rientra la respons-abilità (abilità a rispondere) delle proprie azioni, e dà cittadinanza al libero arbitrio.
Se l’Io è cosciente e vigile, non c’è nessun altro luogo ove possa originarsi tale decisione, se non all’interno della coscienza del paziente stesso. Mettendo a disposizione ogni mezzo materiale, psicologico e spirituale, a difesa della vita; non c’è Costituzione, culto o pensiero, che possa superare l’inviolabilità e l’intimo rispetto della propria interiorità.
Non esiste nemmeno un vero o falso, un giusto o sbagliato, è puramente soggettivo, e soggettivamente andrebbe lasciata agli individui la possibilità di tenere in mano le redini della propria fine. Indro Mondanelli diceva:
“Io non voglio soffrire, io non ho della sofferenza un’idea cristiana. Ci dicono che la sofferenza eleva lo spirito; no la sofferenza è una cosa che fa male e basta, non eleva niente. E quindi io ho paura della sofferenza. Perché nei confronti della morte, io, che in tutto il resto credo di essere un moderato, sono assolutamente radicale.
Se noi abbiamo un diritto alla vita, abbiamo anche un diritto alla morte. Sta a noi, deve essere riconosciuto a noi il diritto di scegliere il quando e il come della nostra morte”.











