Il 24 aprile 1915 una folla di baresi in festa era assiepata nei giardini di piazza Umberto per assistere ad un “evento miracoloso”: l’arrivo dell’acqua “pubblica”.
All’uscita del primo fiotto dalla bellissima fontana monumentale, costruita dinanzi al palazzo dell’Ateneo, un grido unanime di gioia e commozione si levò dalla gente accalcata.
I pugliesi, infatti, avevano sofferto per secoli la sete, cercando, con saggezza e parsimonia, di raccogliere l’acqua necessaria per vivere, dal cielo e dalla terra, attraverso rudimentali cisterne e i pochi pozzi situati sotto le piazze principali, o nei cortili domestici.
Nel 1886, all’indomani di un’epidemia di colera, i Consigli provinciali di Bari e Foggia indissero un pubblico concorso per un progetto di acquedotto. Vincitore della gara risultò un giovane funzionario del Genio Civile, l’ingegnere Camillo Rosalba, il quale propose l’approvvigionamento idrico dell’intera regione, mediante lo sfruttamento del fiume Sele.
Rosalba individuò il percorso che l’acqua avrebbe dovuto compiere per giungere, dalle sorgenti del fiume, fino all’Adriatico, immaginando un processo di caduta, che avrebbe sfruttato il massimo dislivello fra punto di partenza e punto di arrivo.
Il progetto era affascinante, ma, per molti, esagerato: troppo lontane quelle sorgenti, per pensare di poterle utilizzare.
Non se ne fece nulla fino al 1889, quando Matteo Renato Imbriani, appena eletto al Parlamento, chiese un intervento dello Stato.
Venne creata una apposita Commissione, per lo studio delle questioni attinenti alle acque potabili e, in particolare, all’acquedotto pugliese.
Al termine di un accurato studio di fattibilità, vennero tirate le somme e fu presentato, finalmente, un disegno di legge per la costruzione di un acquedotto che avrebbe fatto arrivare l’acqua in tutta la Puglia e permesso un salto di qualità nella vita della popolazione. Tempo di esecuzione previsto: dieci anni.
Il disegno diventò, di lì a poco, la legge n. 245 del 26 giugno 1902, che istituiva un consorzio fra le tre province pugliesi (Bari, Foggia e Lecce) e lo Stato e decideva l’affidamento dei lavori ad un’industria privata da scegliere tramite gara d’appalto a livello internazionale.
Al primo bando di gara risposero cinque ditte italiane e altrettante europee, ma, per l’aggiudicazione, fu necessario un secondo bando, che concesse l’incarico alla Società Anonima Italiana “Ercole Antico e soci”, per un importo di 125 milioni. Il relativo contratto venne sottoscritto soltanto nel luglio 1905 e, finalmente, poterono partire i lavori di adduzione delle acque dalle sorgenti del Sele.
Da quelle opere, in alcuni punti davvero complesse ed enormi, nacque il più grande acquedotto d’Europa.
La sua costruzione si collocava in piena “età giolittiana”, nel momento d’oro dello sviluppo italiano. Il piemontese Giovanni Giolitti affidava ad un’intensa opera di riforme e ad una profonda campagna di industrializzazione, il tentativo di far decollare la nazione, ponendola sullo stresso livello delle grandi d’Europa.
Un grande progetto, ma con limiti evidenti: da questa opera di crescita e sviluppo, il Sud risultava puntualmente escluso, se si eccettua qualche sporadico e parziale intervento, come appunto quello legato all’arrivo dell’acqua in Puglia.
A cento anni dal primo funzionamento della fontana di piazza Umberto, nulla sembra essere cambiato: il governo programma poco e spesso male e la gente attende “eventi miracolosi” che dovrebbero, invece, essere scontati.











