Uno ci prova, ce la mette tutta a non pensarci, a mettersi davanti a un monitor e a far finta che vada tutto bene. Mi metto comoda, inizio a leggere ad alta voce: “Figliuoli: a casa, a casa (…) Non vogliamo farvi male, ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far qui, così ammontati? A casa”.
No, non è il presidente Emiliano, né Draghi (lui peraltro diamine o figliuoli non lo direbbe nemmeno sotto tortura) che invitano a star chiusi perché fuori non c’è “niente di bene, né per l’anima, né per il corpo. A casa, a casa”.
E’ il capitano di giustizia del capitolo dodici de “I Promessi Sposi”, davanti a sé non ha una folla di gente assembrata davanti a un drink, né le scolaresche che riempiono le aule cosiddette ‘pollaio’, ma la gente affamata, senza pane, il cui costo è arrivato alle stelle. Eppure la scena sembra a tutti di conoscerla, è un deja vu.
Anche oggi c’è un signore col vocione che ammonisce, scrive ordinanze, le riscrive e poi ancora, fino all’ultima forza rimasta: “Ma quelli che sentivano le sue parole, quand’anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che maniera avrebbero potuto?”, si chiede Manzoni.
Impossibile riuscirci.
Su Facebook imperversa lo show delle accuse, il botta e risposta tra la mamma iperattiva coi nervi a fior di pelle e quella votata alla clausura forzata, tra la partita iva e il posto fisso, tra il ristoratore e il wedding planner.
Tutti in coro a sgomitare, anzi a darsi cazzotti a colpi di dita sulla tastiera.
Proprio così, come la folla che travolge Renzo Tramaglino a Milano. “Spinti com’erano, e incalzati da quelli di dietro, spinti anch’essi da altri, come flutti da flutti, via via fino all’estremità della folla, che andava sempre crescendo”.
E cresce sui social questa folla, questo tsunami di offese, a cui i dati non bastano più, a niente vale sciorinare le percentuali, i grafici epidemiologici, gli indici Rt, ormai il fiume della rabbia, della stanchezza è in piena, come in quelle pagine che ti fanno studiare a scuola, anche la scuola in pixel.
E allora oggi come ieri “Quelli urlano, dànno con le schiene ne’ petti, co’ gomiti nelle pance, co’ calcagni sulle punte de’ piedi a quelli che son dietro a loro: si fa un pigìo, una calca”.
Come finisce il capitolo?
Finisce che cominciano a volare le pietre, e lì capisci la differenza tra chi governa e chi alza la voce, tra chi gestisce gli equilibri e chi li smantella, anche a colpi di ricorsi, tra chi ha bisogno del pane e chi invece solo del polverone.











