Nel 1442, con Alfonso I (detto il Magnanimo), iniziò la dominazione aragonese sul regno di Napoli e, quindi, in Puglia.
Durato solo mezzo secolo (dal 1442, al 1495), il dominio aragonese fu caratterizzato dalla vendita dei Comuni e dalla concessione di numerose terre a baroni spagnoli e napoletani. Questa operazione consentiva di soddisfare il continuo fabbisogno di denaro dei dominatori ma frammentava enormemente il poere e la struttura sociale del regno.
La situazione si aggravò sotto il re Ferdinando I che, sempre per esigenze finanziarie, incluse nel regio demanio anche parte dei domini feudali del principe del Balzo-Orsini, concesse altri privilegi ai Veneziani e cedette il ducato di Bari prima ad un figlio di Francesco Sforza, duca di Milano, e poi a Ludovico il Moro. La storia pugliese era destinata, così, ad arricchirsi di nuovi protagonisti.
Il dominio aragonese lasciò, nel complesso, un pessimo ricordo nei pugliesi, anche perché i traffici commerciali si spostarono ulteriormente verso occidente, costringendo la regione ad un ruolo sempre più marginale.
Tuttavia non tutto fu negativo.
L’evento centrale nella storia pugliese di questi anni è legato alla transumanza: la Capitanata si rese infatti protagonista di un esperimento amministrativo con finalità essenzialmente fiscali, creando le condizioni per riorganizzare le sue vaste estensioni di terre in una grande riserva in grado di ospitare sino a due milioni di pecore.
L’esodo delle greggi, attraverso le terri di Capitanata, aveva origini antiche: da sempre i pastori (provenienti soprattutto dei paesi montani circostanti) portavano le loro pecore, nei mesi freddi, nel più mite clima del Tavoliere delle Puglie.
Fu però Alfonso d’Aragona a regolamentare questa consuetudine.
Nel 1447, per meglio controllare il fenomeno e ricavarne delle rendite, il re aragonese istituì a Lucera la “Regia Dogana della mena delle pecore”, imponendo il pagamento di una tassa a tutti i pastori che recavano le proprie greggi nel Tavoliere.
Venne fatto un vero e proprio “tabulato censuario” per i pascoli, praticamente un catasto su cui erano registrati i terreni di proprietà del fisco e fu affidato a Francesco Montluber l’incarico di doganiere.
Qualche anno dopo, il figlio di Alfonso, Ferrante, trasferirà la sede della Dogana a Foggia e perfezionerà il sistema dei tributi.
I pastori che scendevano in Puglia erano obbligati al pagamento di 8 ducati per ogni 100 pecore, in cambio della assegnazione di un pascolo sufficiente, dove poter rimanere fino a primavera inoltrata.
Inoltre, ogni pastore era tenuto a vendere a Foggia, sede della Dogana, i propri prodotti: lana, agnelli, capretti, formaggi.
I pastori non si ribellarono a tale imposizione, ma chiesero al re due precise garanzie: la protezione durante il viaggio dalle terre di partenza fino in pianura e poi in quello di ritorno; e la possibilità di trovare pascoli sufficienti per tutto il periodo invernale.
Per risolvere il primo punto, Montluber acquistò, per conto della Dogana, i passi sui feudi, città, terre e castelli, attraverso i quali dovevano necessariamente passare le greggi nei loro periodici spostamenti. Circa la seconda richiesta, rendendosi conto che i pascoli regi potevano rivelarsi insufficienti e non volendo espropriare altri terreni, egli preferì ricorrere ad unaa contrattazione: stipulò con baroni, università e privati un vero e proprio contratto, per acquisire in perpetuum il pascolo invernale, cosiddetto vernotico, dei loro erbaggi. Dal 9 maggio al 29 settembre, invece, la proprietà tornava in possesso dei legittimi proprietari, che vi potevano esercitare la statonica, cioè il pascolo estivo.
Furono individuate 23 locazioni principali, divise a loro volta in “poste” e tre grandi aree per la sosta delle greggi, in attesa della distribuzione delle stessi nelle varie locazioni.
Anche grazie alla Dogana, Foggia crebbe notevolmente, soprattutto nei confronti dei comuni limitrofi. In tal senso, fu determinante anche lo sviluppo della Fiera: essa iniziava l’8 Maggio e poteva durare anche fino ad Agosto, ospitando compratori di ogni dove, soprattutto francesi e inglesi.
Gli Aragonesi cambiarono notevolmente anche le regole per l’elezione del governo della città. Fino ad allora vi era un governo popolare eletto dai capi famiglia, che si radunava all’aperto al suono delle campane; nel 1497, invece, Federico d’Aragona passò il potere dal popolo ad un’oligarchia aristocratica.
La guida della città era affidata a 24 persone, nominate a vita e formanti il Reggimento o Consiglio, che sceglieva al suo interno il Mastrogiurato, il percettore e quattro eletti.
Fu modificato anche l’assetto sociale: non c’era più il vescovo e i baroni erano soggetti all’autorità del Doganiere.
Risultavano naturalmente privilegiati i funzionari della Regia Dogana e del Foro, insieme ai ricchi commercianti. Sotto di essi, c’erano i massari di campo, i proprietari o affittuari di terreni seminativi, i mercanti, i professionisti. Alla base della piramide, c’era la maggior parte della popolazione che lavorava i campi e svolgeva i lavori più umili per il proprio sostentamento.
Il sistema della Dogana portò insomma ricchezza e benessere per molto tempo, nascondendo un declino politico e commerciale che, altrove, appariva ormai evidente.











