I celeberrimi “buoni pasto”, i cosiddetti ticket, riconosciuti ad ampie fette di dipendenti del settore privato e pubblico, verranno digitalizzati. Spariranno i blocchetti di carta con tanto di tagliando giornaliero e diverranno una scheda con chip, a mo’ di bancomat.
Oltre ai benefici pratici di tale scelta (azzeramento dei costi d’emissione mensili per le società) si annidano insidie per il consumatore. Innanzitutto le spese saranno tracciate e registrate, con disdicevoli ricadute per la privacy; Inoltre balzerà all’occhio del fisco una clausola che è sempre esistita ma mai davvero applicata nel tacito consenso delle parti.
I ticket possono essere utilizzati esclusivamente durante l’orario di lavoro, per provvedere ai pasti e non possono essere ceduti a terzi, non saranno più cumulabili, la spesa massima è quindi di 7 euro e non si potranno usare più buoni contemporaneamente. Inoltre, sempre dal 1° luglio, il valore esentasse del buono pasto elettronico è passato da 5,29 a 7 euro, disincentivando così l’utilizzo del cartaceo.
Ora, è risaputo che la stragrande maggioranza dell’utenza li utilizzi per fare la spesa, pagare in pizzeria, affrontare le piccole spese di ogni giorno per la famiglia… insomma, è da sempre accettato il ticket come forma d’integrazione salariale complementare, invece di riconoscere aumenti di stipendio. Anche perché l’attribuzione è di categoria, quindi, vengono elargiti anche a chi regolarmente torna a casa a pranzo o a cena (ma questo non avviene sempre, naturalmente).
Purtroppo però adesso un utilizzo scorretto del mezzo potrà aprire la strada ad accertamenti fiscali e dichiarazioni dei redditi infedeli.
Tra videosorveglianza e microchip, siamo nell’era dello spionaggio continuo.
Twitter @andrewlorusso











