HomeStoria della PugliaGiovan Donato Altamura, il Masaniello di Taranto

Giovan Donato Altamura, il Masaniello di Taranto

Nel luglio del 1647, nel viceregno spagnolo di Napoli, scoppiò una sollevazione popolare capeggiata da Tommaso Aniello d’Amalfi, conosciuto da tutti come Masaniello.

I napoletani si ribellarono ai governatori del re di Spagna che strozzavano la popolazione con l’aumento delle tasse sui generi alimentari di largo consumo. Masaniello riuscì ad ottenere privilegi per la propria città, ma finì per essere corrotto e manipolato dalla corte spagnola ed infine accusato di tradimento dai suoi stessi compagni e cittadini: morirà assassinato il 16 Luglio 1647.

La rivolta contro gli spagnoli continuò però nei mesi a seguire, espandendosi in tutto il mezzogiorno d’Italia.

A causa dell’aumento delle tasse imposto dal governatore locale Ferrante Cadorna, anche a Taranto si manifestarono presto sentimenti anti-spagnoli e, nel dicembre del 1647, fu chiesto a Giovan Donato Altamura, ex capitano della fanteria reale spagnola, di guidare la rivolta.

Altamura convocò la popolazione e la incitò a prendere le armi contro i nobili spagnoli.
I tarantini si scagliarono contro i palazzi nobiliari, saccheggiandoli ed incendiandoli ed il governatore ed il suo seguito furono costretti a rifugiarsi all’interno del Castello Aragonese, insieme ad una piccola guarnigione.

I ribelli occuparono gli edifici che circondavano l’entrata del Castello e Altamura fece piazzare, sui tetti intorno, dei cecchini con gli archibugi, per tenere sotto tiro l’entrata e le torri della fortezza. Quindi, diede ordine di costruire una trincea, dietro la quale posizionare le armi pesanti e tentare così di abbattere le mura del Castello.
Sotto il suo comando, gli insorti occuparono anche le porte di accesso alla città e cannoneggiarono le navi che si trovavano nel porto.

Taranto, soprattutto per il suo porto strategico, era una delle città più importanti del viceregno e gli spagnoli erano preoccupati della sua eventuale caduta.
Inoltre, la nobiltà locale temeva anche la minacciosa avanzata di Matteo Cristiano, un ribelle lucano che era riuscito a conquistare la Basilicata e ad avanzare all’interno del territorio pugliese: a lui si era rivolto lo stesso Altamura, sperando di trovare rinforzi contro gli spagnoli.

Francesco Caracciolo, Duca di Martina, fu incaricato di sedare la rivolta di Taranto.
Il duca inviò all’interno della città Pompeo Albertini, principe di Faggiano.
Essendo benvisto dalla popolazione, egli chiese ai tarantini di porre fine alla rivolta, promettendo loro che avrebbe preso il posto dell’odiato Ferrante Cadorna.

Altamura, però, non fidandosi delle proposte del principe, o per semplice brama di potere, rifiutò la proposta e fece catturare Pompeo Albertini.

Il duca di Martina decise allora di riprendere Taranto con la forza: le sue truppe riuscirono ad entrare all’interno del Castello, occuparono la porta principale della città e liberarono il quartiere nobiliare spagnolo.

Grazie all’intercessione di alcuni nobili e dell’arcivescovo Tommaso Caracciolo, alla città che si era ribellata venne risparmiata la distruzione; la stessa popolazione, che prima aveva seguito con tanto ardore il suo capopopolo, si prostrò davanti agli occupanti, in cerca di pietà e perdono.

Il Duca pose una taglia sui rivoltosi più influenti e una di 500 scudi sullo stesso Altamura.

Dopo aver cercato nelle case e nelle chiese di tutta la città, Giovan Donato Altamura fu catturato e condannato a morte da una corte marziale.
Fu archibugiato il 7 febbraio del 1648 nel piazzale del Castello Aragonese e poi impiccato per i piedi su una forca allestita nella pubblica piazza, come monito a tutta la popolazione e ai ribelli fuggitivi.

Nei giorni seguenti ci furono altre esecuzioni di rivoltosi, ma alla fine la città fu “perdonata”. In fondo, la ribellione non era mai stata indirizzata contro il re di Spagna, ma solo contro il governatore Ferrante Cadorna e il suo iniquo modo di amministrare la città.

Il Duca di Martina ebbe la gratitudine della cittadinanza tarantina per averne promosso il perdono; Altamura, invece, condivide con il più famoso Masaniello lo stesso destino: celebrato per la sua coraggiosa lotta nel nome della libertà e dei diritti dei più deboli, condannato per aver fatto degenerare la sua azione nella ricerca di brame di potere e glorie personali.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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