Fa sempre piacere sapere di nostri artisti che hanno raggiunto fama internazionale, soprattutto in un campo difficile come quello del jazz da sempre territorio del mondo afroamericano. Una di queste eccellenze è Maria Pia de Vito, jazz singer napoletana, entrata a pieno titolo nel 2001 nella categoria “Beyond Artist”, un prestigioso riconoscimento negli U.S.A. Anche l’Italia le ha tributato giusti trofei, classificandola per tre volte al primo posto nel referendum annuale di “Musica Jazz”, la nostra rivista più autorevole in materia. Fin da ragazzina Maria Pia sapeva che la sua vita sarebbe stata dedicata all’arte: poesia? pittura? No, perchè poi “la musica mi è venuta a prendere”. E cominciò studiando canto lirico. Oggi è una splendida e affermata signora del jazz che ha raggiunto la maturità attraverso esperienze esaltanti: ha collaborato con musicisti del calibro di Ralph Towner, Joe Zawinul, Uri Caine, Chico Barque, Fresu, Trovesi, Marcotulli, Rava…la lista è ancora lunga e ricca. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, da autentica sperimentatrice, ha realizzato vari progetti: uno dei più noti è “Nauplia”, nel quale riesce a fondere la melodia napoletana con le strutture armoniche del jazz. Chiamatela contaminazione se volete, ma non ci sarebbe da stupirsi se una produzione del genere rientri in quel concetto di “musica totale” del maestro Gaslini, che lei ha conosciuto e apprezzato.
Ed ecco Maria Pia sul palco del Teatro Forma per un altro appuntamento della stagione “Creatures” di “Nel gioco del jazz”. Stile lineare, voce dalle numerose modulazioni, assoluta libertà dai cliché sono le sue peculiarità. Ora sta portando in giro nei teatri d’Italia la sua ultima produzione (un cd appena terminato di registrare), “This Woman’s Work”, interamente dedicato alle donne. Come lei stessa ha spiegato al pubblico, si è ispirata a testi di Virginia Woolf, Rebecca Solnit e Margaret Atwood, autrici di cui ha letto le opere durante il periodo di lockdown.

Il concerto, come era prevedibile, si è svolto su un percorso che prevedeva classici reinterpretati e composizioni originali della stessa De Vito e di Matteo Bortone, il bassista: musica “tosta”, soprattutto nei brani nuovi di zecca, come “Manimoto”. E qua e là hanno fatto capolino riferimenti al genio di Frank Zappa o alla Liberation Music Orchestra di Charlie Haden (pareri personalissimi). I tributi ai grandi non sono mancati: innanzitutto l’iniziale “There Comes a Time” di Tony Williams, un “mantra” come lo ha definito la cantante, articolato e intelligente; la “Lonely Woman” di Ornette Coleman, una suite straordinaria concepita e descritta con sapienza, creando un’atmosfera magica capace di richiamare bellezza pura, grazie anche ai preziosi interventi di Mirco Rubegni alla tromba; e poi canzoni di Elvis Costello, Fiona Apple e una ballata irlandese che è sconfinata insolitamente nel jazz. Ma su tutto ha trionfato l’interpretazione di “This Woman’s Work”, che oltre che il titolo del cd è anche una canzone di Kate Bush: è lì che Maria Pia ha toccato i vertici dell’emozione pura facendola vibrare intensamente.
“Oggi più che mai – ha detto la De Vito in un’intervista – abbiamo bisogno di una ‘giustizia poetica’ dell’arte come faro di lucidità e di professione della libertà, in quanto partecipazione”
Con lei sul palco, oltre Bortone al basso e Rubegni alla tromba, anche Evita Polidoro alla batteria e Giacomo Ancillotto alla chitarra.
“La pratica jazz è anche libertà di dialogo, corrispondenza con chi suona con me” (M.P. De Vito).




















