Basti pensare che il momento più trascinante della serata è stato quando Gianni Morandi ha intonato “Bella Belinda” per farsi un’idea del colossale sfracellamento di gonadi che la prima serata di Sanremo 2023 ci ha lasciato in dote. Con tutto il rispetto per il Gianni nazionale, ovviamente.
A memoria d’uomo (e di donna, dovesse inalberarsi Chiara Ferragni) non si vedeva un piattume simile dai tempi del Festival condotto dai “figli d’arte” (per i più giovani, beati voi, era il 1989), un minestrone degno di una cucina da incubo strabordante di qualsiasi cosa che risulta indigesta dopo il primo boccone.
Chiariamoci: vedere il Presidente Mattarella sul palco d’onore è stato meraviglioso, quell’uomo ha un’aura unica e sia lodato anche per questo. Lo sguardo fiero che ha sfoggiato durante l’esecuzione dell’inno e i sorrisi sinceri mentre Benigni perculava Amadeus hanno riconciliato la mia riottosità al sintonizzarmi sulla RAI anche se a qualche migliaio di chilometri dall’Italia con la mia profonda gratitudine verso me stesso per aver deciso di scappare dall’Italia. E per rendere chiara la sua caratura morale e anti-nazionalpopolare, è arrivato all’Ariston senza che i capoccioni della stessa RAI sapessero che era sbarcato in Liguria, salvo poi svignarsela alla chetichella non si sa bene a che ora… Italiani, fatelo presidente a vita!
20 minuti davvero notevoli che non potevano di certo proseguire ad libitum data la professionalità del direttore artistico.
Dopo una Anna Oxa che miscela con sapienza classe e urla e Gianmaria, introdotto da una mastodontica statistica sullo streaming delle sue canzoni (personalmente, ho cercato su Wikipedia chi fosse) che si lancia in un’esibizione da ubriaco molesto al carnevale di Notting Hill, dalla scalinata illuminata e sovrastata dall’astronave madre di “Independence day” scende Chiara Ferragni in Dior. Confesso di aver provato un conato di vomito quando Amadeus, evidentemente in piena trance megalomane per aver portato cotanta arte sul palco, la definisce il “personaggio piu’ influente della moda”. Paco Rabanne ci ha lasciato qualche giorno fa e ha avuto la fortuna di non incontrare qualcuno che gli raccontasse una porcheria simile, ma Valentino e Giorgio Armani godono di ottima salute. Bisogna, tuttavia, riconoscere alla signora Ferragni l’onestà intellettuale nel dire “è surreale essere qui!”.
GIA’
Lo sprazzo di lucidità dura quanto il pronunciare quella frase, la signora attaccherà in seguito un pippone femminista autocelebrativo, una lettera alla se stessa bambina, si presenterà in finto nude-look e lancerà messaggi contro la violenza sulle donne tramite abito griffato. Un’auto-celebrazione degna del regime castrista da parte di una grande imprenditrice che ha saputo vendere se stessa, la sua vita e la sua famiglia in blocco, talmente bene da passare come icona di… non si sa bene cosa.
Se avesse fatto scrivere sul suo abito “allo stupratore bisogna tagliare le palle” giuro che l’avrei venerata. Ma forse ha troppa potenza mediatica per dire quello che tutti pensano ma non vogliono dire.
Tornando al carrozzone musicale, tutto si snoda tra un Mr Rain (seconda occhiata a Wikipedia), un po’ Lurch e un po’ Povia con il coro di bambini alle spalle e una roba tipo “siamo angeli con un’ala sola”, un Mengoni vestito di pelle come il rubber man di “American Horror Story” ma con una canzone talmente potente da arrivare sicuramente tra il terzo e il primo posto (no Marco, ti voglio bene ma non vinci), Ultimo che proprio non vuole vincerlo Sanremo e si presenta con una lagna banalottae i ComaCose, vestiti come boss mafioso russo e consorte ma con un brano autobiografico molto profondo, non orecchiabile ma notevole. Ariete, Olly e i Ragazzi Italiani del 2020, i Colla Zio, sono in cerca di una radio che li trasmetta. Elodie, ahimè, sembra oramai puntare tutto sul corpo, qualcuno dovrebbe spiegarle che ha soprattutto una gran bella voce. I Cugini di Campagna sono protetti dalla Convenzione di Ginevra, è come prendere in giro il nonno ubriaco durante il cenone di Natale: non si fa, è peccato…
Menzione d’onore a Gianluca Grignani, vero rocker intramontabile, che minaccia sempre di essere rinsavito per poi regalarci perle di nonsense come il blascicamento delle sue canzoni dal vivo. Roba da ascoltarlo in piedi con le mani in alto a mo’ di corna.
Poteva andare tutto così, liscio, patetico, lineare fino alla fine? Ebbene no! Perchè se un Morandi talmente popolano è riuscito a rubare la scena al solito Amadeus dalla risata cavallina per ogni stronzata che viene sparata (scena madre: Amadeus che ha lo sguardo fisso sulla platea per tutto il tempo e, quando si rende conto che Gianni è sparito, lo ritrova in galleria con il pubblico), qualcosa doveva irrompere per rendere la serata memorabile nel suo piccolo.
I tempi di Baudo e Cavallo pazzo sono passati, quindi che ci infilano adesso?
Ed ecco Blanco che a mezzanotte si presenta sul palco per sponsorizzare la sua nuova canzone. Scopare, foto nude, bla bla bla… ma continua a toccarsi la cuffia, qualcosa non va. E allora che fa, da consumato artista trasgressivo? Smette di cantare e demolisce letteralmente le fioriere del palco. Devastazione totale accompagnata dai fischi del pubblico. Ammette candidamente di aver avuto problemi di ritorno in cuffia mentre i petali e gli steli hanno invaso il pavimento. Nulla può “il bravo presentatore” quando propone di farlo riesibire più in la: il pubblico s’incazza di brutto e poco ci manca che scatta l’invasione di campo con relative mazzate.
Tutto magnifico, tutto trash, tutto così telefonato.
E Morandi che s’improvvisa spazzino e ripulisce il macello di Blanco e la più grande metafora di una serata dimenticabile.
E, forse, anche della direzione che ha preso certa musica in Italia.











