Proprio così. Un prototipo, un gadget tecnologico diverso da tutti quelli che abbiamo visto sinora. Questa particolare fotocamera non è solo connessa ad internet ed altamente digitale, ma vanta un difetto naif, un sentimento umano. E’ altezzosa, smargiassa e schizzinosa. Perché?
Grazie al GPS interno, scansiona la zona attorno al fotografo e se la Camera Restricta rileva un surplus di foto identiche per il web, si autocensura. Emette un suono d’allerta, ritira l’otturatore e defetta lo scatto, lo evita.
Insomma, impedisce scatti banali, già triti e ritriti milioni di volte. Una sorta di etica digitale, di morale 2.0 imposta per chip.
Idea strana quanto spiazzante, non pare avere avuto il riconoscimento dei costruttori che non hanno in mente di finanziare il prototipo e renderlo oggetto commerciale.
Forse perché la gente non vuole sentirsi dire cosa fare e cosa no, in maniera così punitiva e restrittiva. In un mondo dove l’ovvio sgorga tra Instagram, Facebook, Twitter e via discorrendo, perché bloccare l’ego di sedicenti fotografi? In fondo lo stupore è intimo, soggettivo e personale.
A meno che non si voglia optare ad una élite di clienti sadici, non avrebbe successo questo tipo di dispositivo. Però è stato interessante vederne l’angolo di visione, il tentativo vanaglorioso di imporre il gusto per etichetta. Ma nessun filtro potrà mai razionare il bello dal brutto, lo scibile è negli occhi di guarda.
Mi domando solo se anche il selfie di una persona brutta sia censurabile. Di questo passo…











