Recensioni: Controluce, la felicità è dietro l’angolo ma bisogna saperla riconoscere

“Non c’è vento, l’aria del mattino è umida, i gabbiani sono allineati sulla battigia, fermi, a uguale distanza l’uno dall’altro: sembrano punti discreti, note adagiate sul rigo più basso di un pentagramma. Quando si accorgono dei passi di donna sull’arenile spiccano il volo con rassicurante regolarità, senza fughe repentine. A turno, in un’ordinata coreografia, si alzano da terra da sinistra verso destra e vanno a specchiarsi nell’azzurro calmo: erano dei bianchi Do pennuti, diventano dei Si bemolle alati e imprendibili. L’umana è entrata in punta di piedi nel regno delle creature volanti, senza scomporre l’accordo perfetto di onde e garriti: un privilegio che è concesso solo a coloro che conoscono il peso delle pause sugli spartiti d’acqua”.

Apre con questo quadro idilliaco Maria Pia Romano il suo “Controluce” (BESA Muci): un incipit potente ed evocativo che (di)segna già da subito gli elementi inscindibile dell’opera: la natura, gli animali e l’equilibrio interiore che questi apportano nella quotidianità di Sofia, una dimensione mistica dove rifugiarsi quando il mondo degli umani impreca e divora carne, una simbiosi tribale come dono incancellabile, nido sicuro, aspirazione di vita e musa ispiratrice.

I protagonisti: Sofia e Leonardo

Lei. Artista che cattura sulla tela le onde del mare e i colori dell’orizzonte, devota alla cura incondizionata dei gatti e alle lunghe passeggiate sulle dune sabbiose, solitaria ed eremita per scelta. Lui. Scienziato che osserva la qualità dell’aria, analizza dati empirici o indaga correlazioni tra inquinamento atmosferico e salute, sognatore silente nell’animo: i trenini elettrici da bambino, la nobile arte dei versi nelle notti adulte.

Le vite di Sofia e Leonardo si ritrovano a distanza di molti anni: due cuori che scoprono, in una nuova fase di vita, la forza dell’amore e l’insaziabile bisogno di ricercare un buon motivo per tornare ad essere felici. È in questo ostentato desiderio di entrambi che si sviluppa l’incanto narrativo della storia, una bellezza quasi dipinta che avvolge – in maniera dolce – il lettore.

Il terzo personaggio: il mare

Ad avvicinare Sofia e Leonardo è il mare. Dinanzi a quanto la Romano descrive con grande vezzo poetico la donna e l’uomo si scoprono lentamente, per non invadere il territorio altrui ma soprattutto per conoscersi poco alla volta, con quella magia – oggi merce rarissima – romantica e sopraffina che rivela il buon e cattivo tempo, pregi, feriti e limiti della persona che si ha di fianco. Una scoperta che rivoluziona le corde del cuore, una rivoluzione che scopre una voglia ancora viva sulla pelle.

È dinanzi il mare che Sofia e Leonardo danno un nuovo senso alle proprie vite solitarie. Il mare “[…] non si capisce. Si sente, e basta”.

L’arte come punto di forza

Elemento esclusivo dell’opera è la crossmedialità che non arresta il romanzo alla prosa narrativa, già scorrevole e profonda di per sé. Va ben oltre poiché configura nell’arte, nella sua concezione più ampia, la carta ulteriore per stendere una storia (av)vincente.

Difatti, il paesaggio marino che si presenta da sfondo alla storia è oggetto delle tele dipinte da Sofia, una raccolta che l’autrice racchiude in un percorso come visivo, descritto con gradevole accuratezza con dettagli tecnici ed espositivi. Il testo, oltremodo, è caratterizzato dalle dolci parole di Leonardo in seno alle poesie dedicate alla donna che ha saputo ridare colore, e calore, ad una vita da topo da laboratorio. Un corollario artistico, dunque, che mostra le mani dei protagonisti impegnate tra penne e pennelli, diverranno anime libere che circoscrivono un’emozione in sfumature cromatiche e versi.

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