“Apprezziamo musica da camera, rhythm and blues, gospel e jazz” ebbe a dire una volta Bob Mintzer, e (in)direttamente definì la musica dei Yellow Jackets, gruppo statunitense che ha superato i 40 anni di vita. In realtà la band nacque nel 1977 ad opera di Robben Ford con la vocazione per il r & b, ma solo quando il chitarrista abbandonò e fu sostituito da un sassofonista (Marc Russo) ci fu una svolta significativa verso una fusion di vari generi musicali. Nel 1990 Bob Mintzer prese il posto di Russo e da quel momento si formò una personalità più solida e consapevole, forte di quattro talenti indiscussi della scena internazionale: oltre a Bob ci sono Russel Ferrante, pianoforte e tastiere (co-fondatore del gruppo), Will Kennedy alla batteria e, da circa 10 anni, Dane Alderson al basso elettrico.
Notevole e prestigioso fu l’apporto di Mintzer, grazie alla sua vasta esperienza. Infatti aveva collaborato con jazzisti come Thad Jones e Mel Lewis, avvicinandosi alla musica delle grandi orchestre, con Jaco Pastorius, Billy Cobham, Eumir Deodato, i Jazz Messengers di Art Blakey, nonché la Metropole Orchestra e la New York Philarmonic. Questo spiega una visione eclettica del groove e varie sensibilità cameristiche abbinate alle influenze delle big band che Bob è riuscito a trasmettere a tutto il gruppo. Oggi vien voglia di descrivere come ‘jazz da camera’ questo stile, diventato inconfondibile, così come “Yellow Jackets” è diventato un marchio di fabbrica. Con i loro dischi hanno conquistato due Grammy Awards. A febbraio scorso è uscito il 28° album, “Fasten Up”, dove la miscela di stili si fa vibrante.
Avviandosi alla chiusura della stagione 2024/’25 l’Associazione “Nel gioco del jazz” ha chiamato a Bari la prestigiosa band e, come prevedibile, il nostro pubblico ha riempito il Teatro Forma.
Il team non si presenta come organizzato attorno a un leader, e, Bob anche se è il naturale frontman, sul palco occupa una posizione defilata, fra la batteria e il pianoforte. C’è grande coesione e, pur essendo le composizioni complesse, collettivi e assoli si incastrano alla perfezione nell’interplay. Le parti e le improvvisazioni di Ferrante al piano sono dense, liriche, perfette, entusiasmanti; tutta l’energia del groove è calibrata dal drumming potente ed incisivo di Kennedy, mentre Alderson al basso disegna armonie riflessive e profonde; Mintzer è il trait d’union carismatico: col suo fraseggio originale realizza meravigliosi arazzi musicali dalle raffinate tessiture. Qua e là si strizza l’occhio al jazz funk, all’afro beat, ma la grande abilità negli impasti sonori, là dove i confini sfumano, propone un jazz contemporaneo e lungimirante. Alta classe e alta scuola per musica “tosta”. C’è spazio per tutti per improvvisazioni e assolo con applausi a scena aperta; non mancano i virtuosismi, solo quando servono e senza fronzoli o spettacolarizzazioni. La coesione, l’affiatamento del gruppo sono spontanei e naturali: nessuno ha uno spartito da seguire.
In scaletta, come di consueto, brani noti si alternano a quelli originali, fra ballate e jazz blues. Dall’ultimo disco sono tratti, fra gli altri, il classico “Comin’ Home Baby” del 1961 (suonata anche da Quincy Jones e cantata da Michael Bublé), la title track “Fasten Up”, la sfaccettata “Xeremis”.
Un successo annunciato.











