9 giugno 2025. Non è un lunedì come gli altri. Si intrecciano exploit sportivi e débâcle politiche. Dopo un weekend stellare e di tante emozioni infatti, ci ritroviamo, in quanti cultori dello sport e del tricolore, orfani di quei successi che avremmo potuto festeggiare. Un weekend che, a conti fatti, ci ha tolto tanto. Orfani di un allenatore e forse anche di una squadra di calcio che ci faccia sognare i mondiali, dopo anni di bassi più che di alti. Ci ritroviamo inoltre privi del trofeo più importante in terra francese a livello tennistico.
E ancora, ci ritroviamo in una calda settimana di giugno a dover commentare, per l’ennesima volta, la bassa affluenza per un referendum che avrebbe potuto chissà cambiare e smuovere le cose nel mondo del lavoro, ma che, come nelle ultime tornate elettorali, conferma un trend ben sotto la soglia del quorum. Abbiamo il diritto di lamentarci? Sì ma, solo se facciamo valere tale diritto andando a votare. Lamentarsi dietro una tastiera o uno smartphone non ha molto senso in fondo. Chissà se avessero concesso il voto in piattaforma con accesso SPID, se i risultati sarebbero stati diversi…
A conti fatti, abbiamo (ancora) la libertà in questa parte di mondo occidentale e libero, di pretendere di più da chi gioca per la maglia azzurra e per la nazionale. Ma sono ben altre le libertà per cui dovremmo forse lottare.
Eppure in questa calda giornata “estiva” una lezione possiamo apprenderla: anche in un lunedì nero, c’è chi riesce a darci lezioni: è Jannik Sinner che dopo una battaglia di 5 ore e 29 minuti è riuscito a trovare la forza mentale, nonostante la sconfitta, per ringraziare tutti: dai raccattapalle ai giudici di linea, persino parole dolci per il pubblico parigino che, per grand parte del match, ha supporto più lo spagnolo che il nostro campione. Ma, in fondo è questo che fa di lui il campione che tutti apprezzano ed ammirano: congratularsi con l’avversario, accettare la sconfitta con serenità, ricordarsi che è un gioco, niente di più. Ricordarsi che si tratta di una delle tante sfide che affrontiamo quotidianamente, e che lo sport, così come la vita, va affrontata come un momento gioioso e non come una gara senza esclusione di colpi in cui “mors tua, vita mea” sia l’unica soluzione possibile.
Se provassimo a trovare un parallelismo tra sport e la politica, resteremmo certamente delusi poiché in Italia c’è tanto ancora da imparare. Subito dopo i primi risultati sul referendum infatti e con la certezza che il quorum non fosse stato raggiunto, ecco subito le celebrazioni delle varie fazioni politiche pronte ad avocare a sé il risultato (deludente) di questo referendum indetto dalla sinistra in pompa magna e che, nei risultati, conferma come la destra abbia “simbolicamente” vinto invitando i suoi elettori a non andare a votare. Insomma si può perdere o vincere, ma sempre con stile.
Questo referendum aveva il “compito” di mostrarci il grado di maturità dei nostri elettori, dei cosiddetti “aventi diritto al voto” ma anche della nostra classe politica. Non votare non è una scelta, così come l’astensionismo non è una scelta. O se lo è, è scegliere di non potersi lamentare se le cose non cambiano o non vanno come vorremmo.
L’indifferenza, di qualunque colore politico sia, porta solo una parte dei partiti ad andare avanti e a governare. L’indifferenza è quella che non ci mostra il bicchiere mezzo pieno, avendo il tennis italiano portato a casa comunque due grandi successi: quello delle nostre Sara Errani e Jasmine Paolini a vincere il doppio femminile a Parigi, e poi la stessa Paolini e Andrea Vavassori a vincere il misto qualche giorno prima.
E allora la nostra classe politica, anziché ringraziare la “macchina” dei referendum dai presidenti di seggio, ai segretari, agli scrutatori e le forze dell’ordine di ogni sesso presenti in ogni presidio scolastico per consentire la serenità delle operazioni di voto, hanno preferito subito politicizzare questo risultato, farne una vittoria personale, così come sarebbe accaduto, a parti inverse, se a vincere fosse stata l’altra fazione politica.
La lezione da imparare allora ce la fornisce Jannik Sinner numero uno al mondo: nonostante due sconfitte sulla terra battuta, a Roma prima e a Parigi poi, bisogna accettare il risultato del campo, pensando già alla prossima sfida e alle nuove opportunità in arrivo. E allora è questo l’auspicio che ci facciamo per le prossime elezioni e classi politiche: che riescano a riempire di emozioni e empatia gli “spalti della politica” oggi tremendamente aridi e vuoti. Che la gente ritorni a votare con la stessa velocità con cui tutti erano pronti a seguire e commentare ogni colpo di Jannik o a pubblicare storie in riva al mare. Questo Jannik ci può insegnare: unire gli animi, accettare la sconfitta, pensare ai nuovi obiettivi.
Questo ci si aspetta da una classe politica competente: che pensi ad animare gli elettori, che li spinga a farsi un’idea, che li spinga a farsi un’opinione, giusta o sbagliata che sia. Non è sabotando la democrazia e invitando al non voto che si costruisce l’avvenire ma condividendo momenti di riflessione e di cambiamento.











