È uscito a giugno per l’etichetta barese “Gemini Music and Arts” l’album “The complete Bari Sessions”, l’ultimo di Maria Amalia Baraona. È uscito a giugno ma non in un giorno qualsiasi, no! Il giorno 13 di venerdì, contro tutti i parametri scaramantici. Personalmente non do valore a queste fantasticherie, ma a scanso di equivoci conviene spendere qualche parola di incoraggiamento, anche perché’ ne vale la pena. Pertanto, se conoscete la musica sudamericana e vi piace, questo disco fa per voi; se non la conoscete e allora è il momento che la conosciate; se non vi piace (come a me) vi conviene provare a ricredervi; in ogni caso va benissimo ascoltarla con le cuffie sotto l’ombrellone.
Amalia Baraona ha avuto una vita movimentata: nata in Portogallo è cresciuta in Brasile per poi tornare negli anni ’80 in Europa a Bruxelles, e infine trasferirsi a Belgrado, dove attualmente vive da 20 anni. Ha una predilezione per i musicisti pugliesi, visto che viene a incidere volentieri in Puglia: in particolare Bruno Montrone, Dario Di Lecce, Guido Di Leone; ha collaborato anche con Maria Pia De Vito. Al momento Amalia ha cinque dischi all’attivo, tutti di pregevole fattura che, sempre con lo sguardo alla bossa nova, delineano un percorso e una sensibilità molto personali. Da “Muhleres” del 2010 a “Menescantando”, tributo a Roberto Menescal, da “3 Mundus”, poliedrico e sfaccettato, a “Everyday a Little Love” registrato con musicisti serbi, fra i quali Dinko Stipanicev. L’ultimo, “The Complete Bari Sessions”, è stato inciso qui da noi in presa diretta, con il fido Montrone al pianoforte, Marco Giuliani alla chitarra, Nico Catacchio al contrabbasso, Fabio Delle Foglie alla batteria. I primi due hanno curato gli arrangiamenti; Giuliani ha anche prestato la sua voce in tre brani.
Il disco scorre leggero e raffinato, pescando nel vasto repertorio dei classici e di altre composizioni, meno note ma di grande spessore. Qua e là si cerca di smussare la saudade, quella vena nostalgica, stereotipo portoghese divenuto per estensione brasiliano, e in certo senso stretta parente del blues. L’iniziale “Olhos Verdes” è una bossa scanzonata come la finale “Palhacada”; non poteva mancare l’omaggio a Jobim: la delicata, sofferta “Angela”, “Sucedeu Assim” (un duo voce-pianoforte di gran classe da ascoltare ad occhi chiusi), “Forever Green” (la più vicina al jazz, cantata in inglese, splendida). Passando dalla arcinota e simpatica “O negocio è amar” di Carlos Lyra, i vertici si toccano con “Olhos Negros” (ispirato assolo di Montrone al piano), “Tareco e Mariola”, lezioso duo voce-chitarra, “Nos os Folioes” di Sidney Miller, un classico impreziosito da assolo strumentali, e la lirica “Molambo”, vero gioiello.
Amalia, con la sua voce vellutata e sognante, si ispira alle ‘rahinas’ come Nara Leao e Rosa Passos, e riesce a reggere il confronto con onore. I nostri musicisti, tutti qualificati professionisti, sono in grado di conferire personalità e originalità ad una musica che rischia di essere giudicata ripetitiva se non ascoltata con la dovuta attenzione; non solo, ma soprattutto quando si scelgono brani un po’ fuori dall’immaginario collettivo. Gli ingredienti per evadere dalla banalità ci sono tutti, ed è quanto basta per definire il prodotto di qualità.



















