HomeStoria della PugliaIl "biennio rosso" della Puglia: l'eccidio di Marzagaglia

Il “biennio rosso” della Puglia: l’eccidio di Marzagaglia

Il primo luglio del 1920, Gioia del Colle fu scossa da una strage di inaudita violenza.

L’Italia era in pieno «biennio rosso»: molti importanti Comuni e numerosi centri minori della nostra regione contribuivano a disegnare la mappa dei “punti caldi” delle lotte sociali che stavano attraversando la nazione.

Il movimento proletario e contadino aveva promosso una variegata tipologia di forme e pratiche di protesta: scioperi contro il carovita e per il pane; scioperi per rivendicare aumenti salariali, o per ottenere la giornata lavorativa di otto ore; scioperi politici, in sostegno e solidarietà alle repubbliche sovietiche di Russia e di Ungheria; soprattutto quello “sciopero al rovescio”, che consisteva nel coltivare latifondi abbandonati e poi chiedere ai proprietari la corrispondente retribuzione.

La radicalità di queste lotte ebbe, come conseguenza, episodi sanguinosi di violenza.

Mentre i reduci, tornati affamati e disoccupati dalle trincee della Grande Guerra, assaltavano i municipi per chiedere la ripartizione dei demani comunali, i braccianti prendevano di mira i padroni, che a loro volta reagivano con le armi o trovavano aiuto in una dura repressione poliziesca.

Basta rileggere le cronache dell’epoca per capire come quasi ogni giorno (nel Tavoliere, nelle Murge, in Salento, così come accadeva in Sicilia, in Calabria e nella Pianura Padana), la polizia e l’esercito sparassero su uomini e donne inermi, per difendere gli agrari, o i mezzadri dei grandi latifondi, che si trovano spesso in prima linea in quel cruento conflitto di classe.

Il primo luglio del 1920 alcune decine di braccianti avevano lavorato alla pulitura della vigna a Marzagaglia, una contrada tra Gioia del Colle e Castellaneta, presso la masseria della famiglia Girardi.

I braccianti erano stati attirati dalla promessa di un lavoro retribuito. Ma, a fine giornata, raccolti nell’aia per ottenere il pagamento, si ritrovarono inaspettatamente vittime di una «punizione esemplare».

Dal tetto della masseria, dalle feritoie, dai balconi furono presi a fucilate. E quelli che riuscirono a scappare da quel cortile di morte, furono raggiunti e “finiti a freddo” da uomini a cavallo, anche a due-tre chilometri di distanza dall’epicentro delle prime raffiche.

I morti furono sei: Pasquale Capotorto, Vito Falcone, Vincenzo Milano, Rocco Montenegro, Rocco Orfino e Vitantonio Resta, che aveva solo sedici anni.

A sparare sui lavoratori inermi non fu l’esercito, la polizia, o lo squadrismo fascista, che sarebbe nato di lì a poco: furono direttamente alcuni proprietari e mezzadri del paese, che, raccoltisi in gran numero nella masseria gioiese, e stretto tra loro una sorta di «patto di sangue», avevano deciso di farsi giustizia da soli.

La reazione popolare all’eccidio fu scomposta e disperata, a stento contenuta dal Partito socialista e dalla Camera del lavoro. Furono creati dei posti di blocco improvvisati e il 2 luglio, in risposta alle violenze del giorno prima, furono ammazzate tre persone che si riteneva legate all’iniziativa degli agrari.

Solo l’arrivo dell’esercito riuscì a ristabilire l’ordine.

Per i funerali dei contadini uccisi, un lungo corteo funebre attraversò il paese: tra le orazioni, ci fu anche quella di Giuseppe Di Vagno, che sarebbe stato ucciso dai fascisti solo pochi mesi dopo.

Il processo per i fatti di Gioia del Colle fu lungo e tortuoso: l’istruttoria durò circa due anni e coinvolse 121 denunciati, di cui 88 braccianti e 33 proprietari. La sentenza fu emessa dalla Corte d’Assise di Bari nell’agosto del 1922, in un momento molto particolare, perché, negli stessi giorni, la città viveva tensioni da guerra civile, con l’aggressione dei fascisti alla Camera del lavoro.

Alla fine, tutti i proprietari e mezzadri che avevano organizzato, o partecipato all’eccidio, furono pienamente assolti, con la tesi di un’assurda legittima difesa.

Questo “verdetto di pacificazione”, come titolerà entusiasticamente la “Gazzetta della Puglia” nella sua edizione straordinaria del 31 agosto 1922, legittimò l’aspirazione dei latifondisti e di buona parte della borghesia rurale a procedere ad una sorta di regolazione violenta dei conti con il movimento operaio e contadino pugliese.

Così, il «fare come a Gioia» rimase a lungo una minaccia anti-operaia e Marzagaglia non rappresenterà affatto un episodio isolato. Prima e dopo il 1920, a Taranto, a Bari, a Brindisi e poi, ancora, a Lucera, San Giovanni Rotondo, Castellaneta, Monteroni, Terlizzi, Canosa, Andria, così come in tanti altri comuni, si registrarono episodi di drammatica violenza politica: protagonisti indiscussi, prima gli agrari e poi i fascisti, spesso con la complicità delle forze dell’ordine.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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