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Crisi ex Ilva di Taranto: 5.700 lavoratori in cassa integrazione dal 15 novembre, sindacati rompono con il governo

l ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha comunicato ieri alle organizzazioni sindacali che, a partire dal 15 novembre, saranno circa 5.700 i lavoratori della ex-Ilva in cassa integrazione, con un aumento previsto a 6.000 unità dal mese di gennaio. Lo stabilimento tarantino, sotto la gestione dell’Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, conta attualmente 7.938 lavoratori – di cui 5.371 operai, 1.704 quadri e 863 equiparati – già con circa 4.500 addetti in cassa integrazione.

Le ragioni dell’aumento sono legate al fermo delle cokerie per consentire i lavori di decarbonizzazione.

Nel corso del vertice, i sindacati hanno annunciato l’interruzione della trattativa con il governo, definendo il piano un «piano di chiusura». Il ministro Urso ha espresso «rammarico» per questa decisione.

Il quadro complessivo dell’ex Ilva: numeri, piano industriale e tensioni

L’azienda è da tempo al centro di una grave crisi industriale, ambientale e occupazionale. Secondo fonti giornalistiche, oggi il sito siderurgico conta circa 8.000 lavoratori e già oltre 4.450 di questi in cassa integrazione; il governo prevede un incremento a 5.700 entro fine anno e a 6.000 dal 2026.

Il piano governativo prevede l’avvio da 15 novembre 2025 di un’operazione definita “a ciclo corto” per la decarbonizzazione, che comporterà la fermata delle batterie di cokefazione dall’1 gennaio 2026. Il Governo ha inoltre indicato la volontà di costruire un impianto DRI (Direct Reduced Iron) entro quattro anni, assieme a una mappa di reindustrializzazione per aree interne ed esterne allo stabilimento.

Tuttavia, i sindacati contestano il piano accusandolo di mancanza di reale prospettiva occupazionale: «Questo è un piano che punta alla chiusura totale della fabbrica», hanno dichiarato i segretari generali della Fiom, Fim e Uilm.

Verso il prossimo futuro

La situazione all’ex Ilva continua a deteriorarsi sul versante occupazionale e della produzione, mentre il mercato degli acquirenti rimane incerto. Come osserva il presidente della Federacciai, Antonio Gozzi, «siamo ai titoli di coda».

Il contesto appare dunque segnato da un forte conflitto tra modalità tecniche di transizione industriale e le richieste di tutela del lavoro e del territorio.

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Redazione
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