Non c’è bisogno di essere artista pugliese per riempire un teatro come il Palatour di Bitritto: basta essere Sergio Rubini. Un successo annunciato? Sicuro, ma anche tanta roba. E che roba!
Rubini è nato a Grumo 66 anni fa. Sicuramente ereditò dal padre Alberto, un ferroviere delle Ferrovie Appulo Lucane appassionato di teatro, pittura e musica, l’amore per la cultura e la prosa. La gavetta di Sergio cominciò nel 1978 con l’iscrizione all’ Accademia di Arte Drammatica a Roma, dove però rimase iscritto solo due anni. Poi arrivarono i primi film come attore, fino al successo del 1990 con “La stazione”, su soggetto di Umberto Marino, in cui esordì alla regia, e che gli fruttò un “Nastro d’argento” e un ‘David di Donatello’. E quel film ha anche il pregio di avere tracciato la personalità di Sergio con l’attaccamento alla propria terra: scene girate a San Marco in Lamis e Grumo, e partecipazione estesa ad amici pugliesi come Nico Salatino, Solfrizzi e Stornaiolo. Il suo attuale marchio di fabbrica indica sempre un legame alle sue radici.
Ora che è attore e regista affermato Rubini ogni tanto lascia la macchina da presa per salire sui palchi teatrali. “Ristrutturazione” non è lavoro recentissimo: è stato concepito e realizzato nel periodo dell’isolamento casalingo durante la pandemia. “L’arte deve nutrire l’anima, l’intelletto – dice Rubini in apertura – deve nutrire i sogni degli uomini”. Ed è questa la falsariga che accompagna il suo monologo. Parla della sua prima casa a 19 anni, proprio a Roma in affitto: un seminterrato modesto e scarsamente illuminato che gli amici chiamavano ‘il pozzo’. E ci parla degli immancabili guasti, soprattutto idraulici, maldestramente gestiti dal suo autista Vito Agostinelli, raccontando aneddoti che divagano fino alla nave scuola ‘Amerigo Vespucci’: il tutto è condito con sottile ironia e calibrata presenza scenica. Le vicende si allargano e si complicano con l’acquisto di un attico, che però presto presenta problemi di ristrutturazione, a cominciare dalla maledizione del citofono rotto. E arriva anche una casa migliore, acquistata con l’aiuto del cosiddetto ‘amico’ che lavora in banca e del notaio per il rogito. Ma la vetrata è da incubo e il rubinetto della vasca da bagno è rotto. Ci pensa l’idraulico Mario, che, invece di cambiare il rubinetto, cambia la vasca, combinando una infinità di guai che comportano finanche l’intervento dello psicologo e dell’ingegnere. Ovviamente l’attore pur partendo da esperienze personali le amplifica e le esaspera opportunamente per la scena. Si sorride e si ride senza mollare l’attenzione per un attimo (grande abilità dell’affabulatore) fra citazioni che mostrano che non va mai abbassata la guardia: da Giò Ponti a Vitruvio con il suo ‘De Architectura’ (15 a. C.); dal romanzo ‘Moby Dick’ a una parabola di Gibran e a una poesia di Giacomo Servedio, poeta di Grumo. Ma il paradosso di questo lungo monologo è che Rubini parlando di ristrutturazioni in realtà destruttura tutto quanto è legato nella quotidianità all’ incubo che tali operazioni comportano per l’uomo comune: ‘lotte’ con maestranze, a volte furbe e poco competenti, con i finanziamenti delle banche, con i tecnici e con tutta la burocrazia relativa (nessun accenno polemico al superbonus, bene precisare). E la destrutturazione è concentrata proprio nell’(auto)ironia nella quale si dissolvono preoccupazioni e angosce.
Rubini sul palco non è da solo; ci sono altri tre pugliesi d’eccellenza: Michele Fazio (di Grumo anche lui), al pianoforte, Gorgio Vendola al contrabbasso e Mimmo Campanale alla batteria. Musica e prosa a volte interagiscono, altre volte si alternano in una sorta di dialogo artistico. Ed è musica colta e raffinata: il tocco di Fazio, che si ispira a Bill Evans e Keith Jarrett, è elegante e lirico; brevi, essenziali e godibili sono i brevi assolo di Vendola al contrabbasso.
“Ristrutturazione” praticamente ha chiuso, con il consueto successo di pubblico, la rassegna “Palatour d’autore”, di cui è stato direttore artistico lo stesso Rubini.











