È dedicata ad Antonio Trotta la nuova “fatica” curatoriale del collettivo Like a Little Disaster, che corona e conclude una ricca estate di mostre e appuntamenti con il contemporaneo. Dallo scorso I ottobre – e fino al 15 novembre 2016 – le stanze di Foothold, nel centro di Polignano a Mare, sono state invase, idealmente e oggettivamente, dall’idea di “luce” che l’artista italo-argentino rappresenta nella personale Soltanto il nulla è senza luce, con una produzione diversificata che oscilla tra reportagismo e arte concettuale.
Imprigionare l’elemento luminoso per renderlo tangibile vuol dire trasformarlo in oggetto, come avviene in Paquete especial, opera del 1966 esposta solo una volta presso la Galleria Castagnino di Buenos Aires che, riprodotta dall’artista in collaborazione con i ragazzi di LALD, si pone a metà strada fra un’estetica minimal e una poverista, proponendo l’impacchettamento dei raggi luminosi in grandi tubi di plexiglass avvolti da un tubolare in alluminio; ricostruita per l’occasione è anche la Lampada sferica (in realtà un cubo sezionato in due parti), creata da Trotta negli anni Sessanta giocando con la percezione di un’unica fonte di luce frazionata ma che può essere idealmente ricomposta.
È un piacere estetico che si può rintracciare ulteriormente nella Colonna con luce del 1972, blocco cubico di marmo (materia di cui sono fatti i raffinati Sospiri, anch’essi in mostra) che, scavato e illuminato all’interno, mostra la base di una colonna attraverso le sue proiezioni ortogonali; concettualmente, la luce attraversa la storia, in una sorta di percorso circolare in cui il passato ritorna “eternamente a far parte del presente”, come affermava Jorge Luis Borges, punto di riferimento per Antonio Trotta e citato direttamente nel Libro letto nel ’70, una stampa su lastra perspex trasparente della copertina del volume Carme presunto.
A completare la mostra sono la Finestra su vetro e l’installazione ambientale Schema 8: Accoppiamento. La prima opera, nata agli inizi degli anni Settanta come foto emulsionata su vetro e riproposta poi come light box, è la raffigurazione della finestra dello studio milanese dell’artista con doppia valenza visiva, notturna di giorno quando è spenta, diurna di sera quando è invece accesa; si viene così a creare un “cortocircuito tautologico” in cui realtà e idealità oggettiva coincidono. Il secondo lavoro, ricostruito filologicamente nell’ultimo ambiente di Foothold, è quello presentato alla Biennale di Venezia del 1968, una fotografia di una galleria di Roma completata da tubi al neon che, prolungandosi nello spazio, creano una continuità tridimensionale. La duplice prospettiva, l’ambivalenza della concezione (oggettiva-soggettiva) sono in questa installazione la prima e indicativa traccia della tendenza di Trotta a generare equivoci visivi in cui reale e finzione si mescolano, amalgamandosi nella scia di luce catturata e trasformata.
[Le immagini della gallery sono una courtesy di Like a Little Disaster]











