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Buon compleanno Elvis

C’era una volta un Re, ma non uno di quelli con lo scettro, il trono e il mantello di ermellino. Questo era un Re che cantava, bravo e bello, ma la cui favola era destinata a finire tragicamente. Il suo regno era tutto il mondo, anche se non aveva mai fatto un concerto al di fuori della nazione in cui era nato. Quel Re non c’è più ma oggi avrebbe compiuto 82 anni. Il suo nome era Elvis Presley, ma tutti lo chiamavano “The King”.
Il Re aveva un gemello che morì appena nato. Poi arrivò lui, in quella casetta bianca e modesta di Tupelo, una piccola cittadina del Mississipi. Mamma Gladys e papà Vernon concentrarono tutto il loro amore sul piccolo Elvis, per compensare la perdita dell’altro figlioletto, e gli regalarono un’infanzia amorevole e premurosa nonostante le condizioni economiche disagiate. Quando la famiglia si trasferì a Memphis, nel Tennessee, il Re era alle soglie di un’adolescenza solitaria a causa del suo carattere schivo e dal suo modo di vestire, totalmente in contraddizione con la moda del momento: se tutti gli altri ragazzi erano quasi maniacalmente ordinati, Il Re era un capellone brillantinato con le basette lunghe e gli abiti sgargianti, perennemente incollato alla sua chitarra acustica, quasi un modo per distinguersi ossessivamente da chiunque. E veniva costantemente preso in giro da quei ragazzetti che, di lì a pochi anni, avrebbero cominciato a idolatrarlo e a copiarne il look.
La favola artistica di Elvis cominciò per puro caso, mentre stava lavorando come camionista e passava per caso davanti una casa discografica, la Sun Records. Registrò del materiale che colpì favorevolmente il proprietario Sam Philips: da lì nacquero le prime produzioni discografiche del Re, tra cui spicca la celeberrima “That’s allright mama”. Elvis dimostrava enormi capacità musicali e canore nel blues, il gospel e, sopratutto, il rock’nroll, caratteristiche che facevano a pugni con la mentalità bigotta, retrograda e fortemente razzista del profondo sud statunitense. Qui nasce la prima leggenda, quella che lo vede disprezzato visceralmente dal popolo bianco, che lo accusava addirittura di depravazione per le sue canzoni e le sue movenze sul palco durante i concerti, e osannato dagli afroamericani che vedevano in lui un “bianco” atipico e solidale con la causa antirazzista. Incurante delle critiche e dei boicottaggi conditi di accuse di produrre musica “demoniaca” e di essere un cattivo esempio per i giovani, Elvis continuò la sua rapida ascesa nel mondo della musica, con tanto di folle femminili estasiate e, talvolta, fin troppo accalorate durante le sue esibizioni. Quando a metà degli anni ’50 firmò un contratto con la RCA, la sua figura fu proiettata a livello internazionale, con “Heartbreak Hotel” come trampolino di lancio. Preso sotto l’ala protettiva di un manager, il celeberrimo “Colonnello Parker”, Elvis lanciò altre hit immortali come “Love me tender”, “Don’t be cruel”, “Jailhouse Rock”, “I Want you, I need you, I love you”, canzoni che ne consacrarono insieme ai relativi LP il personaggio a livello planetario. Nel contempo, le major cinematografiche fiutarono l’affare e lo scritturarono per alcune pellicole, talvolta di bassissimo livello ma di incredibile successo al botteghino, per la gioia di Parker che cominciò a spremere letteralmente Elvis.
In tutte le favole c’è sempre una principessa. Elvis trovò la sua in Germania, nel 1958, dove fu inviato per prestare servizio militare. A parte il clamore mediatico che accompagnò l’avvenimento, con tanto di videogiornali e notiziari giornalieri sulle attività del Re durante il servizio di leva, Elvis ebbe modo di appassionarsi in quei due anni in Germania alle arti marziali e ad una ragazza, figlia di diplomatici americani, Priscilla Baielou. I due si sposarono nel 1959 e, ritornati negli States, cominciarono la loro vita insieme in quella che sarebbe divenuta la meta di pellegrinaggio per tutti i fans di Elvis: Graceland. Purtroppo, qualcosa si era rotto nella serenità e spensieratezza del cantante, quando nello stesso anno fu raggiunto dalla notizia della morte dell’amata madre. Quel colpo contribuì ad una maturazione di Elvis che lo portò a calibrare meglio i suoi obiettivi artistici e a migliorare le sue performance dal vivo. Troppe, talvolta, tanto da causarne, nel corso del decennio successivo uno stress che lo portò all’assunzione di farmaci per riposare e, contemporaneamente, altri per star sveglio, facendolo cadere in una totale dipendenza, Ciò non gli impedì di incidere altri brani immortali come “Burning Love”, “Surrender”, “It’s now or never”, “Blue suede shoes”, “Viva Las Vegas!” oltre che alcuni dischi di musica gospel, sua grandissima passione. Continuò la carriera cinematografica, ma la qualità delle produzioni si faceva sempre più scadente e pretenziosa. Tuttavia, incassava milioni di dollari che spendeva senza freno, comprando aerei, case, macchine, facendo regali costosissimi ai suoi collaboratori, tutto senza alcun freno, come se stesse perdendo totalmente il controllo con la realtà.
Il 21 dicembre 1970 avvenne qualcosa di incredibile e forse la cosa più strana che Elvis abbia mai fatto nella sua vita. Nella stanza ovale della Casa Bianca avvenne un incontro destinato ad entrare nella storia, quello tra il Re e il presidente Richard Nixon. Non fu un colloquio di quelli di cortesia (Nixon era un feroce repubblicano e non vedeva di buon occhio i rocker), ma le cose presero una piega inaspettata. Quando il presidente capì l’insistenza ossessiva di Elvis per ottenere quell’incontro, trasalì: Il Re voleva un distintivo del FBI. Praticamente, voleva diventare un agente federale per combattere l’ascesa dei comunisti nel mondo della musica americana e fermare la diffusione delle droghe tra i giovani sfruttando la sua immagine. Una cosa che non stava ne in cielo ne in terra, dato che nessuno avrebbe mai immaginato che un personaggio come lui, dipinto come sovversivo e depravato, potesse avere dei valori così radicali. Se quel distintivo sia arrivato nessuno lo sa, resta solo la foto della famosa stretta di mano tra i due che è, tutt’ora, la più venduta nel chiosco del Congresso di Washington.
Ma l’equilibri di Elvis era oramai in caduta libera. Quando divorziò da Priscilla nel 1973, a causa dei troppi tradimenti di lui, il mondo quasi smise di credere nelle favole e le successive uscite di Elvis, appesantito, sbiadito, confuso, quasi assente sul palco, fecero temere il peggio. Diventò quasi una caricatura di se stesso anche se il pubblico non lo abbandonò mai, ma trovò la forza di scrivere un capolavoro come “Always on my mind” come ultimo atto d’amore verso la sua ex moglie. I suoi abiti si fecero sempre più appariscenti e astratti, con figure che richiamavano all’astrologia (sua passione negli ultimi anni di vita) e le sue frequentazioni femminili si fecero sempre più serrate quanto inconcludenti. Intratteneva a Graceland le sue giovani fans parlando di stelle, alchimia e profezie, sempre più sotto effetto dei farmaci e in preda ad una bulimia compulsiva che lo portò a pesare oltre i 100 kg.
Il 16 agosto 1977, al Baptist Memorial Hospital, alle 15 fu certificata la morte del Re in seguito ad un attacco cardiaco. I particolari di come fu rinvenuto a Graceland prima del trasporto in ospedale sono sempre stati conditi da particolari scandalistici e, francamente, irrispettosi. Subito fuori dalla sua casa si radunò una folla di migliaia di persone e la notizia fece rapidamente il giro del mondo. Milioni di fans in tutto il mondo piansero il loro Re, che fu sepolto sotto un albero secolare nel giardino di Graceland.
Elvis, il Re, è stato più di una figura quasi folkloristica: la sua musica e il suo stile hanno forgiato tutti i cantanti emersi dalla sua ascesa in poi. Elton John in primis ha sempre detto che se non fosse esistito Elvis non sarebbero mai nati gli artisti dal ’70 in poi. Analizzando oggi le sue melodie e la sua voce si può scoprire una commistione unica, talvolta perfetta, quasi oramai introvabile e che hanno contribuito a costruirne il mito. Quello stesso mito per cui molti si rifiutano di credere che Elvis sia morto, ma che si sia solo ritirato dalle scene per vivere serenamente (o magari in un ospizio come nel bellissimo “Bubba Ho-Teep”), lontano dai riflettori e dalla pazza folla. O che sia solo “tornato a casa” come afferma Tommy Lee Jones in “Man in Black”, come se fosse un alieno. E’ bello credere che sia davvero così, che ora Elvis, a 82 anni, stia ancora ridendo di noi mentre ascolta certi giovani cantanti e pensa “dilettanti…”. Se il Re è vivo non lo sappiamo. Comunque Viva il Re!

E buon compleanno Elvis.

PS: se avvistate Elvis siete pregati di scrivere una mail in redazione, provvederemo a girarla ai diretti interessati.

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