HomeCulturaUnita' d'Italia: un'altra storia

Unita’ d’Italia: un’altra storia

"Il testamento di Don Liborio", volume pubblicato da Edizioni Giuseppe Laterza, possiede una carica emotiva di non poco conto. L’autore Umberto Rey propone un testo che insinua dubbi e che provoca profonde crepe nel tradizionale nozionismo che intere generazioni hanno studiato sui libri scolastici.

Un inconfessabile segreto tenuto celato per centocinquant’ anni. Un “dietro le quinte” della storiografia ufficiale in grado di destabilizzare equilibri ritenuti ormai radicati e consolidati. Che la storia venga scritta dai vincitori appare un principio assodato e poco contestabile. Che i vinti si tramutino in ombre sfuggenti e poco definite è altrettanto evidente. Che fatti ed eventi legati all’Unità d’Italia appaiano in parte controversi e di non facile lettura è dimostrato dalle differenti e non univoche interpretazioni fornite da studiosi ed analisti del tempo che fu.

“Il testamento di Don Liborio”, volume pubblicato da Edizioni Giuseppe Laterza, possiede una carica emotiva di non poco conto. L’autore Umberto Rey propone un testo che insinua dubbi e che provoca profonde crepe nel tradizionale nozionismo che intere generazioni hanno studiato sui libri scolastici.

I contenuti dell’opera, che fungeranno da canovaccio per la messa in scena dell’omonima pièce teatrale il cui debutto è  in programma il 18 e 19 marzo al Teatro Angioino di Mola di Bari con lo stesso Rey nel doppio ruolo di regista ed attore, propongono al lettore una verità alternativa rispetto a quella tramandata dalla storiografia. Un sogno, anzi un incubo, che al risveglio lascia un senso di inquietudine, amarezza, sconcerto.

Corre l’anno 1866 e proprio il giorno di Natale a Patù, provincia di Lecce, si svolge un, per certi versi paradossale, incontro tra Fulvio Bedin famoso scrittore, storico e docente universitario torinese di metà ‘800, di fama internazionale, e l’ex Ministro degli Interni e della Guerra del Regno delle due Sicilie, ed in futuro deputato del neonato Regno d’Italia, il politico professor Liborio Romano, alla presenza del notaio Cosimo Margiotta.

Un sempre più coinvolgente pathos caratterizza l’incontro tra i tre gentiluomini. Per Don Liborio, idealista e attanagliato dalla rabbia e dallo sconforto per essere stato strumentalizzato durante gli eventi che portarono all’unità dell’italica penisola, si tratta di un vero e proprio sfogo catartico, in grado di liberarlo, seppur in parte, dalle angosce e dai fantasmi che lo tormentano. Un testamento storico, politico, morale in cui si intrecciano giochi di potere, intrighi internazionali, violenze e morte, inganni, promesse mai mantenute. Manovre tenute segrete per ridisegnare gli equilibri geopolitici nel Vecchio Continente. E mentre il notaio prova a tutti i costi a gettare acqua sul fuoco per ridimensionare le sconvolgenti confessioni dell’amico,  Bedin stenta a credere alle proprie orecchie e pian piano diventa autentico pubblico ministero che cerca di scavare più a fondo possibile per giungere alla verità. Una verità certamente “scomoda” ma attraverso cui si possono meglio decifrare fatti, personaggi, scenari che, ancora ai nostri giorni, pongono in netta inferiorità sociale ed economica il Sud Italia rispetto al resto del Paese. In quell’ormai lontano, solo  cronologicamente parlando, 1860 si trattò di vera liberazione oppure di vera e propria invasione? Una domanda che merita una risposta. Certa, senza se e senza ma. A prescindere dai personali ideali e dai convincimenti politici di ogni individuo.

 

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