In Italia quando si parla di futuro inevitabilmente si guarda a quello dei figli, alle speranze e alla fiducia nei confronti di un avvenire che potrebbe vederli realizzati.
Questa concezione si riflette nel comportamento delle famiglie che secondo il rapporto firmato da Assimoco sul neo-welfare hanno trasferito alle generazioni più giovani un patrimonio totale di 38.5 miliardi di euro. In questo modo, si spera di poter regalare alle nuove generazioni un avvenire più solido, ma molto spesso questo passaggio non genera una permanenza in Italia.
Il quadro è quello che in tanti conoscono: stipendi mediamente dimezzati rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, alta tassazione, poco “rispetto” della genitorialità, ancor meno le opportunità di crescita professionale. Chi non va all’estero resta in casa con i genitori mediamente fino ai 30 anni, con un futuro tutto da disegnare. Una vera e propria “piaga” made in Italy, e visto che la strategia non sembra essere la migliore qualità della politica, le famiglie ripiegano su un welfare fai da te che sia in grado di agevolare l’ingresso dei figli nel mondo del lavoro. È questo il quadro complessivo che Ermeneia e Assimoco hanno tracciato sul territorio nazionale al termine di un sondaggio che ha coinvolto gruppi classificabili come capifamiglia, nonni e figli.
La congiuntura nazionale spinge sempre più spesso genitori e nonni ad aiutare in maniera significativa le nuove generazioni. Solo nel 2016 il rapporto genitori-figli ha prodotto un rapporto economico di 30.5 miliardi, ma i numeri si arrampicano fino a quota 38.5 se si considerano le figure famigliari più anziane. Oltre ad una serie di aiuti economici, genitori e nonni si proiettano in una serie di aiuti meno influenti sul conto in banca ma comunque importante: basti pensare al cibo, ai vestiti, agli aiuti tecnologici, oppure all’assistenza e al sostegno quotidiano, di cui beneficiano 6 italiani su 10.
Questo scenario è provocato da una scarsa valutazione economica del lavoro in Italia: la maggior parte dei lavoratori percepisce tra i 1000 e i 2000 euro netti al mese, ma sono tanti i giovani “costretti” ad accettare decisamente meno, e buona parte di questi accetterebbe anche meno di 1000 euro al mese pur di avere prospettive serie di inserimento nel mondo del lavoro. In barba agli appellativi di “choosy” e “bamboccioni”, i “millenials” cercano di rimboccarsi le maniche anche al cospetto di una politica sociale poco avvezza alle necessità degli italiani più giovani, da sempre più attenta alle necessità dei padri rispetto a quelle dei figli, che non riesce a sopportare adeguatamente il sistema pensionistico e per questo sottrae risorse preziose alle generazioni che verranno. In questo desolante mosaico, le famiglie si difendono come possono, generando una grande propensione ad accantonare i propri risparmi, sia perché è difficile impiegare le risorse in campo finanziario, sia per un numero considerevole di rischi.
Visto lo scenario di partenza, cambia anche l’antropologia assicurativa degli italiani, come conferma il presidente di Ermeneia Nadio Delai: cresce in maniera significativa, infatti, la percentuale di coloro che investono nei piani di accumulo capitale, nell’ottica di proteggere la prole dai rischi e di salvaguardare la propria autonomia con l’avvicinarsi della vecchiaia. Secondo le stime, gli strumenti finanziari più utilizzati sono le polizze di previdenza integrativa da destinare ai figli per tamponare i periodi di precariato o disoccupazione, ma anche per il riscatto degli anni di laurea. Questa propensione si traduce nella richiesta crescente di servizi consulenziali per abbassare i rischi a fronte di un investimento e per ottimizzare le risorse dei piani di accumulo già sottoscritti.
L’evoluzione delle esigenze economiche si traduce quindi in una serie di check up previsionali, a breve e lungo termine, per valutare le aree da proteggere e le opportunità di investimento.











