HomeCulturaNovafonic, a Bari il tango nel nome di Astor Piazzolla

Novafonic, a Bari il tango nel nome di Astor Piazzolla

Il tango continua ad appassionare e affascinare milioni di persone: negli anni è sempre rimasto un genere intrigante e non solo per la danza. E se quel passo a due in cui i corpi della coppia si sfiorano, si toccano, si stringono in maniera che fu giudicata “peccaminosa”, la musica ha subìto trasformazioni che hanno incontrato anche critiche negative dai puristi. Oggi certamente le composizioni di Astor Piazzolla hanno conquistato il mondo: il musicista di origini pugliesi (Trani) da innovatore coraggioso e geniale volle elevare il tango dalle umili origini al prestigio della musica classica, in un operazione simile a quella di Duke Ellington per il jazz. Ed è proprio con il jazz che Piazzolla trovò affinità, risalendo a quella matrice comune di origine africana che talvolta viene a torto trascurata. In questo senso sono una pietra miliare le esecuzioni con il Conjuncto Electronico della metà degli anni ’70, formazione nella quale per la prima volta venivano introdotti strumenti insoliti per il tango come l’organo Hammond, il flauto, il sax e la chitarra elettrica.

Sulla scia dei numerosi studi che sono stati fatti sulle stesure di Piazzolla, circa 5000, sono sorti vari gruppi musicali che le hanno portate in giro per il mondo. In Italia ci sono i Four for Tango del maestro Mastroserio e i Novafonic, un quartetto sardo che Pietro Laera, direttore artistico di “Nel gioco del jazz” per quanto meno attiene al jazz, ha portato sulla scena del Teatro Forma domenica scorsa. Un quartetto formato da eccellenti musicisti di estrazione classica (succede sempre così) che si sono dedicati a una indagine approfondita della musica di Piazzolla non limitandosi ai brani più famosi. Fabio Furia al bandoneon è il frontman: ama presentare i brani e dialoga simpaticamente con gli altri compagni sul palco; Marcello Melis al pianoforte è tessitore di trame e ritmi; Giovanni Chiaramonte al contrabbasso è il generatore degli armonici; Gianmaria Melis al violino supporta il lavoro del bandoneon o lo sostituisce con note di romanticismo e nostalgia.

I primi due pezzi non sono di Piazzolla: c’è “La bordona” di Emilio Balcarce e “Nostalgico” di Julian Plaza, due musicisti che suonarono insieme nell’orchestra di Osvaldo Pugliese. E poi ecco “Tristeza de un doble A” del maestro argentino: Furia si sofferma a spiegare che pur non essendoci improvvisazione nel “nuevo tango” a differenza del jazz, questo brano ne richiede una buona dose. Si dilunga anche a parlare del bandoneon, strumento che non è nato in Argentina ma in Germania nella fabbrica di Alfred Arnold (lui ne possiede uno del 1937, uno dei pochi esemplari “completo nacarado” in circolazione), forse per essere suonato nelle chiese che non potevano permettersi un organo a canne; il modo in cui sia giunto in Argentina è avvolto dalla leggenda.

E da una composizione dedicata al bandoneon si passa a “Escualo” dedicata al violino ed altro esempio di virtuosismo strumentale. E ce n’è anche per il contrabbasso con un pezzo tratto dall’unica opera scritta da Piazzolla “Maria de Buenos Aires”: Chiaramonte al contrabbasso fa cose egregie e si merita il suo successo personale. “La muerte del Angel” è vario, un po’ tango un po’ musica cameristica, uno dei tre brani della trilogia dedicata all’Angelo.

Si finisce con la “Tangata”, una via di mezzo fra il tango e la sonata, composizione sperimentale incompiuta. Ed arriva il bis a lungo richiesto da un pubblico partecipe ed entusiasta: “Oblivion” è un capolavoro assoluto di struggimento e dolore, nel quale bandoneon e violino si dividono la parte. Un po’ di amaro alla fine per qualcuno che reclamava “Libertango”, ma averlo stornato dalla scaletta è anche un modo per uscire dalla banalità.

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