Quando si ascolta il vibrafono in un gruppo jazz inevitabilmente la mente va a vibrafonisti come Gary Burton, Lionel Hampton, o Milt Jackson del Modern Jazz Quartet. Ma con il nostro XY Quartet, che ha avuto il coraggio di inserire nell’organico un vibrafonista in un momento in cui lo strumento non è molto diffuso, si va oltre la dimensione propriamente jazzistica.
La formazione di origine veneto/friulana prende forma nel 2011 da un’idea di Nicola Fazzini (sax alto) e Alessandro Fedrigo (basso). Ispirandosi ai codici genetici del DNA, ai quali si stanno per aggiungere le lettere X e Y, i due danno vita a un quartetto con Luca Colussi alla batteria e Saverio Tasca al vibrafono. L’intento è quello di esplorare un approccio che vada oltre il jazz, in uno stile senza legami: un jazz nuovo e comunque diverso dai soliti standard. In sette anni il Quartetto ha inciso tre dischi e conquistato nel 2014 e nel 2017 il secondo posto nella classifica di Musica Jazz come miglior gruppo italiano. E proprio l’anno scorso è uscito il terzo lavoro discografico, “Orbite”. Per questi motivi Roberto Ottaviano, direttore artistico di “Nel gioco del jazz”, lo ha voluto a Bari per la stagione artistica 2018/’19.
Come era prevedibile ci si è trovati di fronte musica “tosta” e impegnativa: gli XY adottano la teoria degli insiemi per realizzare nuove strutture intriganti, adatte soprattutto per le improvvisazioni. Per quanto stimolanti i temi sono inquieti, scuri, si intrecciano in formule non ricorrenti che alla fine si amalgamano in un suono globale penetrante. Vengono esplorate varie tecniche della musica colta (classica) del ‘900, dalla serialità alla dodecafonia di Schoenberg, per realizzare poliritmie e modulazioni metriche complesse e intricate. Le si ritrovano sia nella musica scritta che in quella improvvisata. Si arriva così ad un jazz essenziale, post avant-garde, che spiazza l’ascoltatore meno preparato: ritmi spezzati, oscillazioni, accelerazioni, cambi di tempo, sospensioni, intervalli spenti. Facile andare in confusione ma anche accendere tutta l’attenzione degli ascoltatori.
“Sono sempre stato affascinato dallo spazio – dice Fazzini – e ho sempre cercato di immaginare una musica che potesse essere suonata sulle astronavi”. Ed è così che nasce “Orbite”, concept album uscito (per l’etichetta autogestita “Nusica.org”) il 12 aprile 2017 a 50 anni esatti dal lancio nello spazio della navicella con Yuri Gagarin. Sono otto brani originali dedicati ad altrettanti astronauti: Gagarin, Valentina Tereshkova (prima donna nello spazio), John Glenn, Malcom Carpenter, “Buzz” Aldrin, Vladimir Komarov, Titov, Rakesh Sharma (primo astronauta indiano). Sono stati eseguiti quasi tutti nel corso del concerto, più “Spirali” e “Spazio angusto” tratti dal precedente cd, “XY”.
In pratica è stato un flusso sonoro ininterrotto: una rete di traiettorie tracciate in varie direzioni nello spazio per arrivare a una meta coerente e omogenea tra jazz e ricerca. I codici differenti sono il mood generale di questa musica rigorosa e spigolosa, ma anche fluida, nella quale le strutture armoniche sembrano sospese e disorientate e si affidano alla componente jazz.
Al momento del bis una voce dal pubblico chiede educatamente di ascoltare “H2o”, ma purtroppo, spiega Fazzini, i musicisti non hanno con sè la partitura.
Il pubblico del Teatro Forma ha apprezzato, ma era formato solo da 32 presenti, compreso il sottoscritto. Sicuramente il quartetto meritava ben altra accoglienza.









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