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Quando il lavoro fa male. Il burnout è stato classificato come malattia dall’OMS?

Il posto di lavoro può diventare una trincea. A volte lo stress causato da particolari situazioni professionali assume dimensioni tali da trasformarsi in una vera e propria sindrome: il burnout. Pochi giorni fa in molti hanno pubblicato la notizia dell’inserimento di questa condizione nell’undicesima versione dell’ICD-International Classification of Diseases. È quindi considerata una malattia? Prima di darvi la risposta, cerchiamo di capire insieme cosa sia il burnout.

Da quanto parliamo di burnout?

Il burnout, lo stress da lavoro, è stato descritto per la prima volta nel 1974 da Herbert Freudenberger, psicologo americano di origine tedesca: è il “diventare esausti richiedendo eccessivamente a noi stessi energia, forza o risorse” sul posto di lavoro. Tra i sintomi indicati più di quarant’anni fa ci sono quelli fisici come esaurimento, fatica, mal di testa frequenti, disturbi gastrointestinali, insonnia e fiato corto; tra quelli più propriamente comportamentali frustrazione, rabbia, atteggiamento sospettoso, sentimenti di onnipotenza ed eccessiva sicurezza, abuso di farmaci, cinismo e segni di depressione. Dopo l’approccio di Freudenberger, sono stati pubblicati centinaia di studi scientifici riguardanti questo stato, tra cui quelli di Christina Maslach, a cui si deve il Maslach Burnout Inventory (MBI), questionario impiegato ancora oggi per valutare se una persona è in burnout.
Come riportato su un articolo pubblicato nella rivista SAGE Open nel 2017, nonostante la crescente attenzione degli ultimi anni e la ricerca nel campo, c’è ancora una mancanza di indagine sistematica riguardo le cause e l’identificazione come patologia psichiatrica della sindrome. È per questo che il burnout non è incluso nei più conosciuti sistemi di classificazione delle malattie fisiche e mentali: non è presente nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) dell’American Psychiatric Association, ed è apparsa come diagnosi aggiuntiva nella decima edizione della Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati (dell’ICD-International Classification of Diseases) dell’OMS. Almeno fino a ora. Oppure no?

L’inserimento del burnout nell’ICD

Come riporta la pagina ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la sindrome del burnout è inclusa nell’ICD-11 come fenomeno professionale e non è classificata come condizione medica. In particolare, è descritta nel capitolo “Fattori che influenzano lo stato di salute o il contatto con i servizi sanitari” ma non è classificata come patologia o condizione di salute.
La definizione recita: “Il burnout è una sindrome concettualizzata come il risultato di uno stress cronico da posto di lavoro che non è stato gestito con successo”.
Nello specifico lo stress da lavoro è identificato da tre dimensioni:

  • diminuzione o esaurimento di energie;
  • aumento della distanza mentale dal proprio lavoro o sentimenti negativi o cinismo legati al proprio lavoro;
  • riduzione dell’efficacia professionale.

Inoltre la sindrome era già stata inclusa nell’ICD-10, nella medesima categoria in cui è nell’ICD-11, solo che ora la sua definizione è più dettagliata.

I rischi sul posto di lavoro

Lo stress da lavoro non è quindi una malattia ma sta divenendo un’emergenza, soprattutto per particolari professionalità come, ad esempio, operatori umanitari, personale sanitario, medici e insegnanti. Quali sono i fattori di rischio legati alla salute mentale sul posto di lavoro? Tra quelli citati ci sono la mancanza di comunicazione e di pratiche di gestione, una partecipazione limitata ai processi decisionali, livello di supporto basso dei lavoratori, orari poco flessibili e compiti e obiettivi poco chiari. Da non dimenticare le cause più gravi come il bullismo e la violenza psicologica (mobbing).

Alcuni consigli per combattere il burnout

Come combattere il burnout in situazioni non così gravi da richiedere terapie mediche? In un articolo del The New York Times di qualche tempo fa dedicato all’argomento ci sono alcuni consigli:

  • focalizzarsi sul respiro per cercare di ridurre e gestire lo stress;
  • prendere pause frequenti, preferibilmente intervalli di 5 minuti ogni 20 minuti passati su un singolo compito o seduto alla scrivania;
  • migliorare il proprio ambiente lavorativo, usando sedie e scrivanie ergonomiche, come le postazioni di lavoro sit-stand, e persino dotando di una piccola pianta l’ufficio;
  • cercare un tutor fidato con cui si possa discutere e trovare nuovi modi per affrontare i problemi lavorativi;
  • avere un hobby attraverso cui decomprimersi, scaricare lo stress e staccare dal lavoro. Non deve essere nulla di specifico, può essere la palestra come il ricamo, l’importante è che funzioni.

 

Credits immagine: foto di 1388843 da Pixabay

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