HomeCulturaTime Zones, con Fred Frith ai vertici della sperimentazione

Time Zones, con Fred Frith ai vertici della sperimentazione [FOTOGALLERY]

Se c’è un musicista che entra a pieno titolo nel target di “Time Zones”, questo è proprio Fred Frith. Percorrere le vie possibili della musica, da sempre motivo ispiratore di Time Zones, cos’altro è se non trovare forme di espressione musicale “altre” da quelle più consuete e conosciute? Soprattutto negli ultimi anni l’attenzione degli organizzatori si è rivolta alla musica elettronica e ai maestri di contaminazioni e sperimentazioni.

Ed ecco la figura titanica e geniale di Frith, artista che segue un percorso personalissimo di ricerca a partire dal 1968, quando fondò a Cambridge con Tim Hodgkinson il gruppo degli Henry Cow. La formazione si inseriva nella cosiddetta scena di Canterbury insieme a Soft Machine, Gong, Hathfield and North, Caravan, andandosi a collocare in quel filone di rock progressive, che prendeva le distanze da gruppi raffinatissimi come Genesis, Yes, Gentle Giant. La strada era una fusion fra psichedelia, jazz, avanguardia ed elettronica.

Frith, spirito indomito, allergico ad ogni schema stilistico predefinito, si dedica a distruggere la materia sonora codificata per costruire innovativi paesaggi sonori, senza preclusioni: “L’improvvisazione è il primo impulso” afferma. Dopo 10 anni la sua avventura artistica prosegue con altri compagni di viaggio: John Zorn, Bob Wyatt, Eno, Mike Oldfield, Skeleton Crew e tra album a suo nome e collaborazioni varie compare in almeno 400 dischi.

Attualmente, a 70 anni, insegna composizione al “Mills College” di Oakland, nella Baia di San Francisco, dove ha stretto un sodalizio dal 2013 con Jason Hoopes (basso elettrico) e Jordan Glenn (Batteria). Con loro ha inciso in trio due cd: “Another Day in Fucking Paradise” (2016) e “Closer to the Ground” nel 2018.

Gianluigi Trevisi, direttore artistico di Time Zones, ha puntato su Frith per uno degli eventi di punta della XXXIV edizione della rassegna, che si svolge per la maggior parte all’Anche Cinema Royal. Al concerto ha assistito un pubblico motivato e interessato, ma non numeroso, fatto significativo che connota le kermesse di nicchia.

Fred Frith, come era prevedibile, ha suonato senza soluzione di continuità, inventando, esplorando, improvvisando, stupendo. La sua musica è un processo in divenire che pare disinteressarsi del risultato finale. Nella esplorazione di nuovi territori musicali si fondono jazz, folk, musica classica facendo ricorso ad accordi inusuali, frequenti cambi di tempo, soluzioni armoniche d’avanguardia e citazioni varie.

L’improvvisazione, le atmosfere astratte, le architetture ardite e inattese danno corda a una forma dadaista della musica, dove la logica non trova spazio. E’ musica difficile da catalogare, perché ribelle, imprevedibile, oltre i confini convenzionali, ma intelligente, creativa, a tratti inquietante, dove anche il “rumore” diventa importante.

Hoopes al basso è abile ad assecondare il maestro nel sovvertire le regole della ritmica, e nella suo apporto dinamico si leggono chiari riferimenti a Jaco Pastorius. Glenn crea un mood pulsante e dinamico, pronto a dissolversi all’occorrenza in frammentazioni ritmiche. Frith utilizza la chitarra  in tutte le invenzioni possibili che l’esperienza e l’estro del momento gli suggeriscono, facendo ricorso a loop, oggetti vari da far scorrere sulle corde, a un semplice panno per ammorbidire il suono o costringerlo alla sua volontà compositiva: un modo per destrutturare e rifondare la grammatica della chitarra.

Anche le luci sul palco giocano un ruolo molto importante, virando da un rosso/arancio a un azzurro freddo e fumoso, in fasci che vanno ad avvolgere le prime file del pubblico oltre i confini della scena.

Solo un’ora di musica senza interruzione: un po’ poco, ma un’ora di intensità bruciante.

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