Un’imprenditrice di Pavia, con l’azienda in concordato preventivo, è stata assolta dall’accusa di evasione fiscale, nonostante non avesse versato all’erario ben 3,5 milioni di euro. Due strade le si stagliavano all’orizzonte, o onorare le gabelle dell’Agenzia dell’Entrate, o pagare i propri 250 dipendenti non licenziando nessuno.
Ha scelto la seconda opzione, non mandando a casa i lavoratori, ed il Giudice le ha dato ragione: “Grazie per aver pensato a noi, sono fiero di avere un datore di lavoro che si prende una responsabilità del genere”. Così uno dei tanti commenti degli impiegati coinvolti.
Ed in effetti di capitani coraggiosi di questo spessore, oramai, se ne vedono ben pochi. Sarà perché lo stato sociale viene smantellato da concorrenza, globalizzazione, contenimento dei costi, sarà perché il fisco fa paura e spesso lo Stato è profondamente ingiusto ed irrazionale, sarà perché non c’è più cultura; né d’impresa né di responsabilità.
Tuttavia alle volte riusciamo ancora a leggere belle storie, un barlume di speranza nella fioca luce del buon senso attanagliato dallo smog del pensiero unico, e della dottrina serrata del mercato imperante. È questo il volto dell’Italia da riscoprire, del Paese da immaginare, che torni a mettere al centro la persona – a scapito se necessario – della burocrazia e delle leggi sbagliate.











