Uno dei concerti più intriganti in chiusura del 2019 si è svolto per la rassegna “Brand New” del Teatro Forma, dove il pianista barese Kekko Fornarelli ha voluto concludere la sua tournèe. Dopo Germania, Russia e Romania ha pensato di vivere il Natale nella sua Bari, regalando una performance ricca di armoniosa bellezza. Ma Kekko negli ultimi 5 anni ha girato mezzo mondo, guadagnandosi anche citazioni da testate autorevoli come “Financial Times” e “The Guardian”.
Durante e dopo gli studi di Conservatorio ha seguito le orme di Michel Petrucciani e Bill Evans per poi approdare alla formazione di un trio con Federico Pecoraro al basso elettrico e Dario Congedo. Ascoltando i suoi dischi dal 2007 al 2014 si recepisce un jazz godibile e studiato, chiaramente ispirato alla splendida esperienza del trio dello svedese Esbjorn Svensson: siamo nelle vaste praterie del jazz, anche se qui la composizione è l’elemento più importante, mantenendo l’improvvisazione in secondo piano. Svensson, scomparso in un incidente nel 2008, diventa un punto di partenza per il nostro pianista.
Artista ormai maturo ma mai fermo
Oggi Kekko ha raggiunto una sorprendente maturità, ma la sua musica è in costante evoluzione: le sue ultime due produzioni del 2018 indicano un cambio di direzione. “Amo la sensazione di rapimento che la musica mi da – afferma – Sono strumento nelle sue mani e cerco di dare voce a quello che vivo e ho vissuto”. E proprio i suoi ultimi cd sono il riflesso di un mutato stato d’animo, di una situazione emotiva che lo ha scosso profondamente e lo ha cambiato: la perdita del padre stroncato da un male incurabile nel giro di un mese. Nel corso del concerto Kekko fa spesso riferimento al padre, non senza una certa commozione: è soprattutto a lui che ha dedicato “Abaton”, disco uscita per la sua etichetta Eskape. “Abaton è parola greca che indica un luogo segreto – dichiara Kekko – quel luogo interiore nel quale ci rifugiamo quando proviamo un forte dolore.” Così si spiega la strada che ha seguito nelle sue composizioni, la strada dell’emozione in cui si sono fuse le sue esperienze alla luce di una urgenza istintiva. Il jazz viene solo lambito per lasciare posto a qualcosa di indefinito, un mix di classica, minimalismo, sfumature sinfoniche, richiami trip-hop, il tutto legato da fascino e lirismo tipicamente mediterranei. E’ un camerismo post-rock o, se preferite, “new cross over jazz”, come è stata definita questa nuova corrente estetica.
Sul palco del Forma con l’orchestra
Sul palco del Teatro Forma Kekko non si è presentato soltanto con il trio, ma ha voluto con sé un’orchestra d’archi, Arte(mi)sia, formata da 15 elementi, tutti giovanissimi, diretta dall’amico Leo Gadaleta. L’ensemble ha allargato le atmosfere riportandole a origini classiche e soprattutto avvicinandole a quella musica “cinematica”, ideale per ipotetiche colonne sonore.
Su questa linea si sviluppano strutture musicali dense di di angolazioni estetiche e poetiche dalle quali emergono sensibilità e sofferenza, in un viaggio introverso che rompe i confini del jazz dopo averlo metabolizzato. La bellezza di “Drawing Motion” trasferisce l’ascoltatore in altre dimensioni; “In the Name of Fathers”, chiaramente dedicata al padre, “Abaton” meditative, ripetitive, struggenti, pur sempre intrise di un lirismo che scivola nel profondo; “Apnea”, scritta con Gadaleta e Pecoraro trasporta verso le frontiere del minimalismo. Sul finire del concerto arriva anche una sorpresa: il cantante Roberto Cherillo col quale Kekko nel 2018 ha formato un duo, “Shine”, incidendo “Matter of Time”, un disco che lascia stupefatti e attoniti: struggimento e catarsi si fanno bellezza pura. Come pura è la voce di Cherillo, che scende nell’anima e prende il cuore, leggera, lieve, raffinata. Ascoltiamo solo la title track, ed è quanto basta per capire di essere di fronte ad un talento destinato a restare in nicchia. Se la composizione rimanda a influenze da King Crimson, la voce assoluta è quasi strumento, frutto di uno studio accurato e ispirato: Jeff Buckley, Thom Yorke, Antony Hegarty, Nusrat Fateh Ali Khan sembrano darsi appuntamento per trovare un punto di incontro della loro espressività vocale.
Tutto il fascino della musica. Senza confini.




















