Aldo Moro: ritratto di un grande statista pugliese

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E’ stato uno dei figli più importanti della nostra Puglia.
Protagonista indiscusso della storia d’Italia, dal dopoguerra agli anni ’70.
Politico, accademico e giurista, Aldo Moro fu due volte Presidente del Consiglio dei ministri (dal ’63 al ’68 e dal ’74 al ’76), Segretario politico e presidente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, partito del quale fu uno dei fondatori.
Meglio di chiunque altro, seppe condurre la propria attività politica all’insegna della moderazione, del dialogo, della ricerca del compromesso e dell’accordo tra le diverse parti politiche: un atteggiamento che, a lungo andare, lo portò alla morte.
Nacque a Maglie il 23 settembre del 1916, da genitori originari di Gemini, frazione di Ugento.
Conseguì la Maturità Classica al Liceo “Archita” di Taranto e, in seguito, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, dove si laureò con una tesi su “la capacità giuridica penale”, lavoro che venne poi pubblicato.
Nel 1941 ottenne la docenza in filosofia del diritto e, l’anno successivo, quella di diritto penale.
Intanto, era entrato a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e, nel luglio 1939, aveva preso i voti nella Fraternità Laica di San Domenico.
Nel 1942 fu chiamato alle armi, prima come ufficiale di fanteria, poi come commissario nell’aeronautica.
Dopo qualche anno di carriera accademica, fondò, a Bari, con alcuni amici, il periodico “La Rassegna” e, fino al 1945, diede il suo contributo alla lotta di liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Ebbe, per esempio, un ruolo decisivo nella storia di “Radio Bari”, la prima emittente autonoma e libera nell’Italia occupata, l’unica che, nei giorni immediatamente successivi all’armistizio, trasmetteva notizie relative alla resistenza nel Mezzogiorno, nelle isole greche e nei Balcani, al trasferimento del re e di Badoglio a Brindisi, allo sbarco anglo-americano e alla situazione sui vari fronti militari.
Nell’ottobre del 1943, dai microfoni della radio barese, Moro, allora ventisettenne, si rivolse così agli universitari italiani:
«Contro il tedesco invasore c’è da riconquistare la nostra libertà. Oggi, nell’ora della rinascita della Patria, voi siete, di questo tempo di riscossa, non solo gli artefici insostituibili, ma gli anticipatori. Il vostro sforzo, sorretto dalle forze armate degli Alleati, ispirato dalle tradizioni di eroismo del nostro esercito, ridarrà all’Italia la sua libertà e le consentirà di sviluppare la sua vita nazionale».
A guerra conclusa, Moro sposò Eleonora Chiavarelli, dalla quale avrà quattro figli.
Nel 1946, fu eletto all’Assemblea Costituente, come rappresentante della Democrazia Cristiana. Poco dopo entrò a far parte della Commissione dei Settantacinque che aveva il compito di redigere il testo costituzionale.
Nelle elezioni dell’aprile 1948 venne eletto alla Camera e, fino al 1959, ricoprì alcuni fra gli incarichi governativi più importanti: fu sottosegretario agli esteri nel quinto governo De Gasperi; fu ministro di Grazia e Giustizia durante il primo governo Segni, nel 1950. Due anni dopo, fu ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli: è a lui che si deve l’introduzione dell’educazione civica come materia d’insegnamento nelle scuole elementari e medie.
Dalla fine degli anni Cinquanta, lavorò, come segretario del suo partito, alla costruzione di un governo aperto a sinistra: la stagione del centrismo era ormai terminata e Moro aveva capito che occorreva spostare a sinistra la politica del governo, per dare al paese le riforme di cui necessitava. L’idea era affascinante, ma la strada molto difficile: doveva superare le resistenze interne al suo partito e quelle del PSI che, fino ad allora, aveva sostenuto una politica di collaborazione con il PCI.
Il 1959 fu l’anno della svolta: al VII congresso della DC, Moro ottenne la leadership del partito e riuscì ad imporre una linea che escludeva l’appoggio parlamentare dei partiti di destra per ogni futuro governo e tracciava la rotta di un forte centro sinistra.
All’apice della sua carriera politica, nel 1963 Moro diventò presidente del Consiglio, carica che mantenne fino al 1968.
Il suo governo passerà agli annali come uno dei più longevi della vita repubblicana, portando con sé l’introduzione delle Regioni, la nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’obbligo scolastico fino ai 14 anni.
Tuttavia, l’Italia stava entrando in una delle fasi politiche più delicate della sua storia, segnata dal terremoto sessantottino, dall’emergere di movimenti politici estremisti e violenti, ma soprattutto dal virus del terrorismo, con le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e dell’Italicus, eventi che scardineranno gli equilibri politici e sociali validi fino ad allora.
Moro vi assistette da protagonista, anche in qualità di ministro degli Esteri, mandato che lo impegnò sul fronte del Mediterraneo e sullo scacchiere atlantico, nella speranza di mantenere ferma la partecipazione italiana all’alleanza filo-occidentale.
L’affermazione dei comunisti rappresentò per Moro un punto di svolta, e gli fece pensare fosse arrivato il momento per scelte politiche radicali, che andassero oltre l’esperienza dell’apertura a sinistra vissuta con Nenni, aprendo la maggioranza anche ai comunisti, in modo da dare ai governi la base parlamentare più ampia possibile, e tenere le istituzioni lontane da qualsiasi deriva autoritaria.
La prova generale di una convivenza pacifica tra Dc e Pci si avrà già nel giugno del ’76, con il terzo governo Andreotti, che fu il risultato di compromessi, equilibrismi e spartizione delle cariche tra i partiti.
Era il prodromo del famoso «compromesso storico» voluto da Moro, che si realizzerà nel marzo 1978 e, questa volta, avrà il voto di fiducia dei comunisti di Enrico Berlinguer.
Il clima politico sembrava poter cambiare, eppure, sia per Moro, sia per Berlinguer, gli ostacoli maggiori arriveranno dall’interno, dalle file dei loro stessi colleghi di partito, nessuno dei quali si mostrò veramente pronto ad accettare le novità.
La storica apertura a sinistra avrà ripercussioni anche oltre i confini della Penisola, arrivando fino a Washington, dove l’idea di un Paese d’influenza occidentale con dei comunisti nella compagine di governo fece storcere il naso e preoccupò per il rischio che venissero svelati segreti militari cruciali nella lotta tra blocchi. L’idea non convinceva nemmeno i sovietici, maldisposti ad accettare un atto d’emancipazione così forte da parte del Pci.
Tanto bastò per attirare contro Moro un clima di pericolosa diffidenza, in patria e fuori.

In una foto d'archivio, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una renault a via Caetani a Roma. Era il 9 maggio 1978. FAVA /ANSA
In una foto d’archivio, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una renault a via Caetani a Roma. Era il 9 maggio 1978. FAVA /ANSA

Il 16 marzo del 1978 Moro fu rapito da un commando delle Brigate Rosse mentre si stava recando in Parlamento, dove avrebbe votato la fiducia al primo governo con il sostegno dei comunisti.
Fu tenuto prigioniero 55 giorni, durante i quali i servizi segreti di tutto il mondo non riuscirono mai a scoprire dove lo avessero nascosto.
In Italia si aprì un dibattito drammatico fra coloro che sostenevano la necessità di trattare con le BR e coloro che, invece, rifiutavano di scendere a compromessi.
Lo Stato decise di non trattare e il 9 maggio 1978 il cadavere del presidente della DC venne ritrovato dentro il bagagliaio di una Renault 4, in via Caetani a Roma.
La morte di Moro è stato uno degli episodi più drammatici dell’intera storia dell’Italia repubblicana: la sua precoce scomparsa ha probabilmente interrotto un preciso cammino democratico dell’Italia, quella che lui definiva “terza fase”, una proficua alternanza al potere delle grandi compagini partitiche popolari.

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