Secondo un’erronea accezione comune, largamente diffusa, la plastica biodegradabile non costituirebbe alcun danno effettivo per l’ambiente e che per tale ragione possa essere vista come un’ottima alternativa biologica ai tradizionali sacchetti di plastica.
Da un articolo dell’inserto “Venerdì di Repubblica”, il giornalista Alex Saragosa riporta la notizia di un nuovo studio di ricerca condotto dal team dell’ecologa Elena Balestri, dell’Università di Pisa, sul tasso di degradazione del materiale biodegradabile comparato alle variabili chimico/ fisiche che influenzano lo sviluppo delle piante nelle dune sabbiose, ottenendo effetti poco rassicuranti. Il gruppo ha analizzato, attraverso la ricreazione di un ecosistema in miniatura, l’impatto sulla crescita delle piante sia delle tradizionali shopper non-biodegradabili sia di quelle biodegradabili e compostabili, con il risultato che entrambe le tipologie rilasciano, seppur in maniera differente, sostanze chimiche dannose che interferiscono nella germinazione dei semi. Ovviamente sia per la buste biodegradabile (materiali organici che possono essere scomposti grazie a microrganismi naturali in sostanze più semplici) che per le compostabili (materiale organico che in seguito alla sua degradazione, naturale o industriale, si trasforma in compost), in confronto ai trent’anni dei sacchetti in plastica tradizionali, i tempi sono decisamente ridotti ma bastano per alterare lo sviluppo delle piante e modificare alcune importanti variabili.
“Abbiamo condotto questa ricerca perché i sacchetti di plastica sono fra i più comuni rifiuti che si raccolgono in spiaggia – ha affermato l’ecologa Elena Balesti-, e le piante di duna sono indispensabili a far sopravvivere quel vulnerabile ecosistema. Abbiamo constatato che i sacchetti compostabili rimasti sotto la sabbia per otto mesi, avevano perso poco del loro peso: solo il 14%. I danni alla vegetazione però erano stati maggiori di quelle alle piante in acqua, sia per l’ostacolo fisico dei sacchetti sia, forse, per il rilascio di sostanze dannose. In laboratorio abbiamo infatti visto che, bagnando dei semi con acqua dove erano state tenute per tre giorni buste in polietilene o compostabili, la crescita delle piante risultava modificata rispetto a quella del gruppo di controllo che aveva ricevuto solo acqua. É probabile quindi che in natura, la pioggia passando sui sacchetti, anche compostabili, possa aver effettuato modifiche simili”.
La conclusione la trae l’ecotossicologo Marco Faimali del Cnr, che studia da venti anni le microplastiche in mare. “Le bioplastiche possono servire per un’economia sostenibile, venendo da risorse rinnovabili. Ma anche per queste, cosa mai fatta finora, bisognerebbe verificare gli effetti su flora e fauna, sia quando sono intatte sia quando diventano micro o nano frammenti e penetrano negli organismi viventi. Intanto, però, bisogna ricordarsi che il prefisso “bio” non indica che le buste possano essere buttate nell’ambiente: devono essere avviate al compostaggio industriale, dove le temperature raggiungono i 70° C e le condizioni sono ottimali per degradarle in poche settimane”












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