Esiste un mondo del lavoro prima della pandemia e un mondo del lavoro post pandemia. Già prima del Covid – 19, generalmente, la vita della maggior parte delle persone era scandita da tre fasi, ossia la formazione, il lavoro, che spesso era sinonimo di posto fisso e che veniva svolto perlopiù all’interno della stessa azienda fino alla pensione, l’ultima delle tre fasi. Ma negli ultimi decenni la globalizzazione, ma soprattutto le conseguenze della pandemia, hanno costretto i lavoratori ad adattarsi a nuovi modi di lavorare, di concepire il lavoro. Non solo in termini di smart working ma anche di work-life balance. Un grande cambiamento nelle menti e nei cuori dei lavoratori a cui le aziende devono essere in grado di rispondere.

Walter Ruffinoni, CEO di NTT Data Italia e top manager italiano tra i più innovativi, ricostruisce i grandi trend in atto nel libro “L’azienda gentile”, pubblicato da Mondadori, in cui evidenzia come bellezza, gioia e benessere plasmeranno le imprese del futuro.

L’autore, in maniera fluida e senza fronzoli, passa in rassegna e approfondisce i temi più attuali quali le cause del “mal di lavoro” e della Great Resignation, ossia le dimissioni di massa, l’integrazione tra lavoro in ufficio e lavoro da casa, i valori e le aspettative di cui le nuove generazioni si fanno interpreti, l’esigenza di ambienti rinnovati, a misura d’uomo. Nella consapevolezza che in molti settori, ormai, non è più l’impresa che sceglie chi assumere ma sono i talenti a scegliere l’impresa più attrattiva.

La risposta a questi profondi cambiamenti è proprio l’azienda gentile, ossia un modello di impresa certamente esigente ma, allo stesso tempo, accogliente, generosa e soprattutto aperta, capace di creare una comunità di persone motivate che non sia semplicemente un team di lavoro.

Perché la mescolanza di saperi e competenze richieste ai lavoratori di oggi rende le figure che si affacciano al mondo del lavoro profondamente diverse da quelle esistenti, distanti dalle generazioni da cui, anagraficamente, li separano soltanto alcuni decenni. Ruffinoni spiega, infatti, chiaramente che i giovani di oggi non aspirano al posto fisso e il ruolo dell’azienda è quello di saper valorizzare il capitale umano anziché combatterne le pulsioni.

 

 

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