Soltanto venticinque anni fa sarebbe stato impensabile immaginare una situazione come quella attuale. Alla fine del secolo scorso, infatti, sembravano essersi concretizzate tutte le premesse per realizzare una pace definitiva e duratura. Oggi il contesto è mutato ed è necessario individuare i soggetti destinatari della preghiera ecumenica di Bari voluta dal Pontefice, che si frappongono alla realizzazione della pace. Quali le coscienze che Papa Francesco intende “muovere“ verso la costruzione di un Vicino Oriente pacificato nel quale sappiano convivere e relazionarsi comunità, etnie e confessioni religiose.

Negli ultimi mesi stiamo assistendo a una regressione, quantomeno nelle espressioni militari, dei califfati islamici, negli ultimi dieci anni sviluppatasi nei territori di Siria e dell’Iraq con il preciso scopo di destabilizzarne i deboli equilibri interni. Proprio il duro regime siriano di Bashar al-Assad, un tempo ritenuto incrollabile, ha vacillato sotto la pressione dell’integralismo islamico, sopravvivendo alla guerra grazie ad alleanze strategiche, in primis quella con la Russia antico alleata. Anche l’Iran di Hassan Rouhani a maggioranza sciita, dove già cova da anni un desiderio di sviluppo e di modernizzazione, ancora represso, è stato costretto a rinunciare – almeno per il momento- alle mire di espansione e di supremazia nella Regione per le turbolenze interne. Grosse tensioni patisce anche l’Egitto, nel quale le attese di quella che venne definita primavera araba sono andate deluse, con un peggioramento della convivenza interreligiosa, che pure vanta una tradizione antichissima. Sembra godere di relativa serenità il Libano, che di fatto non è più ciò che la sua Costituzione aveva disegnato, prendendo atto della storica complessità etnico-religiosa del Paese (cristiani, musulmani, drusi); gli equilibri tra le etnie e tra le diverse confessioni religiose sono sensibilmente mutati, frenando la tradizionale vivacità culturale e economica, che aveva dato positivo impulso alla crescita di tutto il Medio Oriente.

La storica ambizione di leadership dell’indebitata monarchia sunnita dell’Arabia Saudita (dura avversaria della sciita Repubblica islamica iraniana) – che custodisce la parte più importante dei Luoghi Santi dell’Islam – sull’intera area mediorientale viene oggi contrastata – e questa è la novità – dalla Turchia di Erdogan, desiderosa di compensare il mancato ingresso nella Unione Europea con una primazia politico-economico-militare, accresciutasi anche a causa delle divisioni nel mondo arabo, che hanno reso la Lega Araba nel suo complesso, più debole; fatta eccezione per il Re ascemita di Giordania Abdullah II, che, per la sapiente rete diplomatica costruita, è riuscito ad attrarre risorse per il suo Paese e a garantire pace al suo popolo.

In questo contesto merita un particolare riferimento il popolo palestinese, ancora oggi in una situazione di difficoltà, con la drammaticità della situazione che si vive a Gaza in una permanente crisi umanitaria, che al momento non riceve segnali incoraggianti dalla Presidenza Trump e nemmeno utili sostegni dall’Unione Europea, che invece in passato era riuscita a far sentire la propria voce.

A dar loro sostegno è rimasta la Santa Sede con gli interventi chiari e reiterati della sua diplomazia, con l’attenzione costante dello stesso Pontefice che più volte ha auspicato l’attuazione delle risoluzioni ONU per un’effettiva realizzazione dello Stato Palestinese.
Incide purtroppo su tutta la stabilizzazione del Medio Oriente l’irrisolto conflitto israelo-palestinese, iniziato con la dichiarazione d’Indipendenza dello Stato d’Israele del 14 maggio 1948 e non ancora terminato, legato e interdipendente dal “problema di Gerusalemme”, che anzi sembra vedere ridurre le speranze di pace per le iniziative diplomatiche della Presidenza americana, come lo spostamento dell’Ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme. Una scelta questa che ha messo a dura prova anche la leadership palestinese, sempre più sotto la pressione della componente estremista di Hamas.

Il basso profilo dell’Unione Europea, con la politica estera “autonoma” di Francia e Gran Bretagna, unita alle imprevedibili scelte della Amministrazione Americana e alla strategia russa, pongono così l’intero vicino Oriente in una situazione non soltanto di instabilità, ma di fibrillazione permanente, come se tutto possa accadere da un momento all’altro; ne sono prova le proteste, piccole Intifada, più volte verificatesi a Gerusalemme in occasione della preghiera del Venerdì.

Tutto ciò spiega come le diverse Comunità Cristiane, alcune delle quali presenti nell’Area sin dai tempi di Gesù e dai primi secoli, non soltanto registrino una diaspora costante, se non un vero e proprio esodo, da decenni, ma stiano lentamente affievolendo il loro ruolo storico di mediazione interreligiosa, interetnica e interculturale, aggiungendo alle difficoltà economiche, che ne minano la sopravvivenza e la permanenza, quelle legate alla conferma della loro identità, con ripercussioni negative sugli equilibri socio-religiosi. Per tali ragioni i cristiani d’Oriente dovrebbero vincere le sfide della permanenza, della testimonianza e quindi della cittadinanza per costruire una società di integrazione e di uguaglianza politica.

Questa rapida panoramica non può non concludersi con Gerusalemme (in arabo Al-Quds), la Città Santa per tutte e tre le grandi religioni monoteiste (terzo luogo santo dell’Islam): la vera chiave per la pace. Ritenuta capitale da Israele e dai palestinesi, essa è patrimonio spirituale dell’umanità e quindi “di tutti”. E’ il vero punto focale dell’intero contenzioso mediorientale. Per la Città della Pace, al di là della questione inerente la sovranità territoriale, la S. Sede ha continuamente ribadito come necessario e vitale per Gerusalemme uno “statuto speciale internazionalmente garantito”, che consenta alle comunità che in essa vivono, non soltanto la libertà di culto, ma anche di libertà di autodeterminazione, di cultura e di sviluppo economico.

Ecco, papa Francesco a Bari chiederà a tutti i presenti e non solo, una comunità di intenti e di intenzioni nella preghiera per smuovere tutti i cuori e le coscienze a operare per la pace, per la tutela dei diritti umani, per la convivenza, la fraternità, la collaborazione e il rispetto reciproco.

diFrancesco Lozupone
Avvocato, esperto di diritto ecclesiastico
e di questioni del Medio Oriente

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