Daniel Melingo: tango ed emarginazione al Teatro Forma di Bari

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Non è che ci siano diversi tipi di tango. Il tango è uno e uno solo, ma nel tempo ha avuto varie trasformazioni adattandosi a nuove e diverse condizioni sociali e culturali. Se andiamo indietro ai tempi dell’habanera dalla quale nacque, non lo riconosceremmo; così come non lo riconoscerebbero oggi i suoi precursori se lo accostassero agli attuali stereotipi o alle manipolazioni elettroniche dei Gotan Project. Così possiamo affermare che in Europa venne in gran parte snaturato, soprattutto quando si pose l’accento sul ballo, sfrontatamente sensuale ed intrigante per l’epoca. Pertanto a volte è bene ricollocare le cose al loro giusto posto restituendole alla loro dignità.

In questa ottica si muove l’attività di Daniel Melingo, argentino di Buenos Aires, passato attraverso numerose esperienze artistiche. Dopo avere suonato con Milton Nascimento, in gruppi rockabilly e punk, e recitato in teatro, dal 1997 ha concentrato la sua attenzione sul tango nella forma più vicina alle origini e alla attuale matrice popolare. Si tratta di un tango lontano da tutti gli stereotipi, in questo aderente allo spirito anticonvenzionale dell’artista. Il tango era musica soprattutto strumentale, allegra, ballata nelle feste popolari, alla quale dette toni tristi, struggenti e passionali Carlos Gardel con la sua tango canciòn. Melingo riparte proprio da Gardel e dalle storie di alcol, prostitute, vagabondi, droga, malavita; storie di locali notturni malfamati, cabaret, bohemien; storie di emarginazione vissute nei bassifondi di Buenos Aires, là dove il tango è nato.

Daniel Melingo si è esibito domenica scorsa sul palco del teatro Forma, in una giusta cornice di pubblico, interessato e curioso. “Nel gioco del jazz”, che ha organizzato l’evento, ha colto nel segno, perché ha aperto una finestra sul tango colto e popolare. Erede di un teatro espressionista, Melingo canta con voce tenebrosa, brunita, tormentata, vicina alle vocalità di Ian Dury o di Tom Waits o di Vinicio Capossela. Uomo di scena, Daniel mette in scena il tango: con la sua presenza magnetica si muove sul palco per tutta la lunghezza, accennando passi di danza e cantando le sue storie come se stesse parlando. Si recita, ora con voce angosciosa, ora con ironia, ora con grande poesia. Il tango “es duende” per citare Lorca, e lui ne coglie tutta l’intensità, densa di nostalgie lontane e sentimentalismo. E’ tango d’autore, perfettamente calato nello spirito che lo ha originato: tutte le composizioni sono di Melingo.

Abbiamo ascoltato quasi tutti i brani dell’ultimo album “Anda”, premio Gardel del 2017, tra espressività, mimica, gestualità e canzone d’autore in uno spettacolo di vero teatro-canzone. Le canzoni sono tutte godibili, sanno divertire con allegria e brio, ma sanno anche riempire di struggimenti antichi e sopiti in un’atmosfera che sfiora il cabaret: il coinvolgimento è totale. Nella scaletta le strumentali “Se viene el dos mil” e “Candonga”, le narrative “El garron” e “Igualito que el tango”, l’ironica “Sol tropical”, la gioiosa “Candonga”, la lirica “”En la selva”, la romantica “Noche sin luna”, la cadenzata “Espiral”, il racconto misterioso e struggente di “Anda”, le scanzonate “La cancion del Lineyra e “En un bosque de la China”. Non mancano accenni al jazz ma anche al blues che non ti aspetti, che arriva a un certo punto, deciso e quanto mai gradito. E ci sono nuovi arrangiamenti: quello di “Intoxicated Man” di Serge Gainsbourg che strizza l’occhio al jazz, e quello di “Gnossienne” nientemeno che di Erik Satie, che prende un sapore di musica balcanica, quasi un sirtaki.

Melingo ha suonato anche il clarinetto e una sorta di piccolo mandolino in “Volando entre las nubes”. Con lui al pianoforte Lalo Zanelli, alla fisarmonica Facundo Torres, al contrabbasso Romain Lécuyer, alla chitarra Muhammad Habbibi Guerra.

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