E’ andato via ieri notte all’età di 83 anni nella sua casa di Stamford, in Connecticut, in silenzio, con discrezione, lottando disperatamente con l’Alzheimer. Mel Brooks ha detto di lui: “E’ l’uomo comune, con i sentimenti e tutte le sue vulnerabilità ben visibili. Un giorno Dio disse: ‘Che ci siano le prede’, e creò i piccioni, i conigli, gli agnelli e Gene Wilder”.
Gene Wilder, all’anagrafe Jerome Silberman, era nato a Milwaukee l’11 giugno del 1933 da una famiglia di ebrei russi immigrati. Dopo aver completato gli studi in America si era trasferito in Inghilterra e lì aveva frequentato la Bristol Old Vic Theatre School.
Un talento naturale, una comicità pulita, semplice ed allo stesso tempo geniale gli permettono di entrare nel cuore del pubblico e della critica riuscendo a centrare una serie di successi che anche oggi è possibile definire “LEGGENDARI”, per cui definirlo “solo” un comico, soprattutto nell’allora, come nell’attuale ambiente cinematografico, risulta quanto meno criminale, e grazie al sodalizio prolifico con Mel Brooks, ha regalato al cinema comico degli ultimi 50 anni una serie interminabile di interpretazioni memorabili che lo hanno reso unico ed insostituibile.
Prima arriva la candidatura all’Academy Awards come Miglior attore non protagonista per il ruolo di Leo Bloom in “Per favore, non toccate le vecchiette“, interpreta il ruolo iconico, unico ed insostituibile di Willy Wonka nel film del 1971 “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” (che a distanza di 37 anni eclissa la versione interpretata da Johnny Depp), poi il successo con la parodia “Frankenstein Junior” (1974), dove veste i panni del Dottor Frederick Frankenstein. La pellicola si aggiudica il premio Oscar per la Miglior sceneggiatura, che lo stesso Wilder stila a quattro mani con Brooks. Fra i suoi più grandi successi ci sono anche “La signora in rosso“, con Kelly LeBrock, “Non guardarmi: non ti sento” (1989) e “Non dirmelo… non ci credo” (1991).
Ma la vita di Gene, purtroppo non è stata, come è facile pensare, tutta rosa e fiori, ma segnata a vita da un dramma personale che aveva commosso Hollywood sul finire degli anni Ottanta. Gene Wilder era infatti sposato da soli due anni con la sua terza moglie Gilda Radner, apprezzata protagonista del Saturday Night Live, quando alla Radner venne diagnosticato un cancro alle ovaie che la portò rapidamente alla morte nel 1989, a soli 42 anni.
L’attore fonda così il Gilda’s Club, per aiutare la ricerca contro il cancro. Un decennio dopo, lo stesso Wilmer è costretto a ritirarsi dalle scene a causa di un linfoma non-Hodgkin che lo costringe a sottoporsi a frequenti e debilitanti sedute di chemioterapia, per il quale era stato dichiarato guarito nel 2005.
Una persona buona, che malgrado le sofferenze della sua vita privata ci ha donato dei momenti unici ed indimenticabili, che entra di diritto, a dispetto delle decisioni dell’Academy Awards, che non lo ha mai premiato come miglior attore, nell’Olimpo del cinema mondiale.
Noi come suoi fans vogliamo ricordarlo così: il volto dell’uomo di strada perfetto per la comicità stralunata e solo apparentemente priva di senso di Brooks che nasconde il genio che univa le sue capacità di attore di teatro classico con lo humor particolare di Brooks. “Il mio lavoro era di renderlo più sottile” disse una volta Wilder, “mentre il suo lavoro era di rendermi più greve”. Il genio che insistette perché lui e Peter Boyle, che interpretava il mostro, durante le riprese di Frankenstein Junior (1974) ballassero il tip tap in una scena, per cui Brooks non era molto favorevole all’idea, ma si ricredette quando a una delle anteprime il pubblico reagì scoppiando a ridere in sala.
Grazie Gene.











