Se la Black American Music (BAM) ha un futuro, esso passa sicuramente attraverso l’esperienza di Robert Glasper, musicista di colore che ha sta entrando nell’olimpo dei grandi innovatori della musica moderna. D’altro canto la sua sorte non poteva essere diversa se mamma Kim, cantante di gospel, se lo portava sempre in chiesa fin da piccolo: a 12 anni Robert accompagnava già la madre al pianoforte. Con un briciolo di maturità in più concepisce poi l’idea di fondere l’armonia del gospel con quella del jazz. Lasciata la natia Houston nel Texas segue gli studi alla New School for Jazz and Contemporary Music di New York. Arrivano le prime collaborazioni (anche con Terence Blanchard) e i primi dischi. E’ del 2012 “Black Radio” che gli fa guadagnare il Grammy Award per il miglior disco di rhythm and blues. Il successo si ripete poco dopo con “Black Radio n. 2”: tutti si sono accorti di lui!
Dopo essere intervenuto al Locus festival di Locorotondo nel 2013, Glasper ha calcato domenica scorsa il palco del Teatro Forma per la rassegna “Around Jazz” sotto la direzione artistica di Michelangelo Busco.
Dopo tante contaminazioni stili diversi, quasi sempre riuscite, prima fra tutte il rock-jazz, Robert Glasper ha voluto avvolgere in un unico abbraccio la musica nera: soul, blues, jazz, rhythm and blues, funky, hip hop, tutti figli della stessa identità, in lui convivono in un unico flusso creativo, sublimando la coerenza di fondo. Il risultato è di grande impatto, un prodotto confezionato con gusto e rara eleganza. Come vuole la nuova black music, Robert prende a piene mani e fonde la migliore tradizione della musica nera in una nuova forma di hip hop con uso di campionamenti, loop ed elettronica. Ma questo non è il solito giochetto, la scorciatoia per simulare una bravura che non c’è: nel caso di Glasper siamo in presenza di un distillato di pura creatività.
Nel suo progetto il musicista ha voluto coinvolgere un considerevole numero di vocalist della nuova generazione: Bilal, Lalah Hathaway, Lupe Fiasco, Erykah Badu e Me’shell Ndegeocello, per citarne alcuni; ma ci sono anche Macy Gray, Norah Jones e Stevie Wonder.
Nel live sulla scena si percepisce subito una musica colta che mescola sonorità diverse: sono splendide ballads, accennate da riff iniziali alle tastiere del Fender Rhodes, che poi prendono strade inedite e policrome. E’ musica trasversale capace di cambiare in continuazione atmosfere rarefatte alla ricerca di sonorità lontane; un suono caldo e pulsante che intercetta la sensibilità di oggi per veicolarla verso gli incroci della black music; un mix di atmosfere notturne e rilassate dall’afflato melodico molto potente, con le tastiere che restano sullo sfondo a tessere sinuosi tappeti sonori.
Se a Glasper spetta il ruolo di regista, Burniss Travis detta i tempi al basso e Mark Colenbourg alla batteria svolge un lavoro instancabile, ora accelerando ora rallentando i tempi. E poi c’è uno straordinario e prezioso frontman dalla spiccata personalità, Casey Benjamin: è lui che regge da solo il lavoro del sassofonista (alto e soprano) e del vocalist, filtrando e modulando la voce a piacimento col vocoder.
Il finale è tutto per la “Smell Like Teen Spirit” dei Nirvana con il pubblico letteralmente conquistato da chi sta scrivendo il nuovo manifesto della musica afro-americana.
Uno dei migliori concerti visti a Bari in questo primo scorcio del 2016: la performance è stata l’ennesimo fiore all’occhiello di una stagione che ha portato al Teatro Forma musicisti di caratura internazionale.











