I viaggi in treno conservano un fascino del tutto peculiare. Ci riportano all’Italia dei mastodontici flussi migratori degli anni ’70, fra valigie di cartone, speranze meridionali e canzoni di Rino Gaetano.
Immagini ingiallite e nostalgiche che sopravvivono su alcune tratte nostrane battute ogni giorno dalle Ferrovie Sud Est, che del gusto retrò e della nostalgia del passato hanno fatto, inconsapevolmente, un marchio di fabbrica.
Così ancorate al passato da non rinunciare a ritardi sistematici “almeno” in doppia cifra, maturati in pochi chilometri che – magia ferroviaria – si trasformano in viaggi della speranza.
Come convogli Bari-Putignano che in un soleggiato mattino di settembre prevedono solo 2 vagoni, senza aria condizionata per goder meglio dell’ultima calura estiva.
Soprattutto, 4 vie d’uscita di cui 2 guaste. Ed un tempo di reazione dei pulsanti d’apertura delle porte neppur lontano patente dei millesimi con cui Usain Bolt azzanna i primi dei suoi rapidissimi 100 metri.
Morale della favola, viaggiatori costretti a vedere scorrere sotto i loro occhi, increduli, la palazzina gialla della stazione di Sammichele di Bari, senza potervi scendere. Stazione in cui, per giunta, manca la relativa cartellonistica informativa – della serie: dove sono? Che faccio? Scendo?
Rapiti dalle Ferrovie Sud Est. Presi in ostaggio dalla sua “incredibile” capacità di curare i suoi utenti in un abbraccio ferroso e forzato.











