Paolo Angeli si può tranquillamente ascrivere alla categoria dei musicisti colti. Ogni suo concerto è un evento irripetibile, in cui una ipotizzabile scaletta può perdersi dietro una improvvisazione. E’ uno di quei musicisti per i quali è inutile cercare classificazioni e riferimenti: bisogna prenderlo per quello che è, per quello che fa.
Nato in Sardegna di trasferisce a Bologna per laurearsi in etnomusicologia. Il suo strumento di elezione è la chitarra e quando nel 1993 incontra il genio di Fred Frith, chitarrista degli Henry Cow, e la musica sperimentale di Jon Rose pensa che deve trovare un punto di incontro fra la musica contemporanea e quella tradizionale sarda alla quale è legatissimo. In particolare è interessato al “cantu a chitarra”, tipico canto monodico della Gallura e del Logudoro, del quale è maestro leggendario Giovanni Scanu. Ed è proprio nella bottega di Scanu, scomparso a 95 anni, che Paolo studia a fondo e apprende. A quel punto però si presenta il problema di conciliare due mondi musicali distanti nel tempo e nella tecnica. Nasce l’esigenza di un nuovo strumento adatto allo scopo e Paolo lo costruisce da sé: una chitarra a 18 corde, di cui 6 principali, 8 di arpa (con riferimento alla kora) e 4 di sitar. Vi ha poi aggiunto sei martelletti e diverse eliche: ne è venuta una sintesi di chitarra baritono, violoncello e batteria, quasi una piccola orchestra portatile, uno strumento analogico con distorsori per andare sulle tonalità rock. Con lo strumento adatto Paolo si è messo al lavoro guardando la produzione musicale del Mediterraneo, da Occidente a Oriente. In una bellezza sospesa fra luci e ombre ecco un mix di riscrittura creativa, minimalismo, folk, poliritmie nordafricane, flamenco, paesaggi sonori sardi, free rock e jazz, il tutto filtrato da momenti di improvvisazione: impossibile trovare una definizione plausibile.
Oggi a 40 anni Angeli ha inciso una decina di cd, ha suonato alla Carnegie Hall di New York ed è amico stretto di quel Pat Metheny che si è fatto costruire da lui una chitarra simile. Il grande Pat, e non per piaggeria, ha definito la musica di Paolo “evocazione di energia creativa pura”.
Due anni fa per caso Paolo, con un certo ritardo, conosce la musica dei Radiohead di Thom Yorke e Johnny Greenwood e se ne innamora. Si procura la discografia completa della band inglese e se la studia da cima a fondo, lasciandosi conquistare e ispirare. Lo scorso anno esce così “22.22 Free Radiohead”, un disco di 22 tracce ma in sostanza una lunga suite, nella quale dei Radiohead si percepisce a sprazzi solo qualche nota. Di questo lavoro Angeli dice: “Ho preso vari elementi e li ho rimontati in modo diverso, esattamente l’opposto di un mosaico dove hai tutti i pezzi e devi ricomporlo. Il mio processo compositivo parte principalmente dall’improvvisazione.”
Paolo Angeli è stato a Bari venerdì sera sul palco dell’AncheCinema, invitato dall’associazione “Nel gioco del jazz”. Un concerto fuori da ogni canone, nel corso del quale chi si aspettava di ascoltare cover o chiari riferimenti ai Radiohead è rimasto deluso sì, ma affascinato al cospetto di un caleidoscopio sonoro ricco di significati e nuove valenze. Destrutturare e ricostruire, trasfigurare e risuonare su composizioni originali, trasformare partiture di altri in brani liberi di aprirsi all’improvvisazione, seguendo una propria idea. Non basta sapere suonare, non basta avere talento e genialità, ma è importante saper mettere tecnica e studio al servizio della propria creatività.
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Dei Radiohead abbiamo percepito “Airbag” su tutte, ma anche “Knives out”, “Idioteque”, “Daydreaming”, “Nude”. Ci sono anche composizioni originali di Angeli, come “Icaro” dal crescendo meraviglioso e dal piglio drammatico; o come “Andira”, basata su un testo del ‘700 del poeta Baignu Pes. Nel bis viene eseguita “Burn the Witch” che apre uno spiraglio anche ai Pink Floyd.







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