Sanremo festeggia settant’anni e non poteva esserci modo più lisergico per festeggiarlo. Viene quasi il dubbio che Amadeus abbia una sorta di bipolarismo che lo porta ad avere, come presentatore, il piglio di un bambino che se la sta facendo sotto durante la recita di Natale contrapposto ad una quasi genialità artistica palesata dalla scelta degli artisti in gara. Chiariamoci: non centra nulla la qualità delle canzoni, Quelle dovrebbero finire (almeno le prime dodici presentate ieri sera) quasi tutte nella differenziata, ma alcune performance sono degne di menzione e candidate alla Hall of Fame del “Cosa diamine ho appena visto?!”.
Niente di nuovo dal fronte occidentale? No, perché al peggio non c’è mai limite, per fortuna dei fruitori di social network pronti ad abbattere a colpi di pallettoni in tempo reale ogni istante della carmesse canora più famosa della Liguria (il Vostro affezionatissimo rientra in questa categoria). Proviamo ad andare in ordine rigorosamente sparso come i neuroni degli autori di Sanremo, anche perché trovare una logica nella scaletta di questa prima serata è più difficile del trovare la connessione tra Bonafede e il Ministero della Giustizia.
Amadeus è la spalla ottimale per il presentatore della serata, Fiorello. Che fa Fiorello e lo fa, come sempre, magnificamente, inventandosi incursioni sicuramente fuori copione quando capisce che la situazione sta languendo ed è a rischio del 15% di share. Affidargli il monologo introduttivo è stato il miglior modo per far capire chi comanda, come un gatto che piscia per marcare il territorio sotto gli occhi del bulldog rassegnato (vedi alla voce Direttore della Rai neo eletto, inquadrato a ripetizione ad ogni carognata sparata dal buon Rosario con una regia degna di un film d’azione). All’ennesima apparizione inaspettata, la faccia di Amadeus è quella di uno che sta per scoppiare in lacrime per lo sconforto.
Il pubblico invece ride, di gusto.
Un’ora indietro (non nun passo, eh?) rispetto all’orario consueto d’ingresso delle co-conduttrici (che se le chiami vallette ti si scatena contro tutto il movimento MeToo) c’è Diletta Leotta che scende le scale dell’Ariston vestita come Belle de “La bella e la bestia”, le forme compresse e le chiappe strette per la paura di rotolare fino alla platea. Il suo gesto di giubilo appena sceso l’ultimo gradino è un atto di accusa che unisce tutte le donne di Sanremo costrette a percorrere quella trappola con il tacco dodici. Qui finisce la parte impegnata e polemica della bionda siciliana, quel che viene dopo è puro delirio: prima una telecronaca incentrata sul naso di Amadeus e dopo un monologo (sic!) sulla sopravvalutazione della bellezza, perché tutti invecchiamo e cominciamo a cadere fisicamente a pezzi e bla bla bla. La prossima volta, certe cose è meglio farle dire da Isabella Rossellini, Monica Bellucci o Sharon Stone, che la chirurgia non sanno nemmeno dove abita e possono ancora sfoggiare una bellezza incredibile (con più del doppio dell’età della Leotta).
Rula Jebreal é troppo impegnata, troppo professionale e anche più affascinante di Diletta. E ha un messaggio stupendo contro la violenza sulle donne. Insomma, troppo per l’intelligenza dello spettatore medio, avranno pensato negli uffici di mamma Rai, e quindi va relegata a mezzanotte. Stendiamo un velo pietoso su una scelta letteralmente inconcepibile e scandalosa, per non dire schifosa.
A Tiziano Ferro si vuol bene qualsiasi cosa faccia. E’ talmente talentuoso e a modo che pure la steccata durante “Almeno tu nell’universo” la si perdona. Emozionatissimo, si scioglie in un piccolo pianto alla fine dell’esecuzione, sincero e sentito. Ecco cosa fa un vero artista: si emoziona prima di emozionare ma porta fino alla fine il suo compito. Immenso.
Menzione d’onore per Albano e Romina. Quando a Breslavia vidi un maxi cartellone di sei piani che annunciava un loro concerto, mi tornò in mente Checco Zalone, emigrato in scandinavia, che piangeva mentre li vedeva in tv. E quando ieri sono scesi trionfanti dalla scalinata, tutta Italia ha sorriso. Anche per l’inciampo di Albano prontamente salvato da Romina. Lei sempre luminosa e afona, lui sempre vestito come Al Capone e una voce che ti rompe la sound bar, si lanciano in un medley dei loro successi, presentati da loro figlia (cosa nostra, insomma). Momento clou l’inedito cantato in playback e scritto da Malgioglio. Standing ovation a prescindere dalla caratura musicale, come quando ridi alle battute dello zio rincoglionito durante il pranzo di Natale per non offenderlo.
In tutto questo delirio e sbalzi d’umore ci sono anche le canzoni in gara. Ma suvvia, chi se ne fotte se sono belle o no! Tanto non smuovono più di tanto la classifica discografica. Ma alcuni momenti indimenticabili non sono mancati. Da Irene Grandi sempre grintosa che si reinventa come clone di Brooke Logan (e quando canta “se dobbiamo fare sesso facciamolo adesso” il dubbio sulla sua identità si rafforza) a Rita Pavone, la nemica giurata dei Pearl Jam come i Betles lo erano dei Rolling Stones, che rockeggia a settanta e più anni con una verve da far invidia ai soporiferi giovani. Gualazzi pensa di essere a Rio de Janeiro ma si veste come un pappone portoricano, Masini infila un classico “stronzo” nel testo della sua canzone intimista e petulante, le Vibrazioni sono superiori anche se quel “Dov’é!” ripetuto con l’insistenza delle telefonate di un call center pesa leggermente sul sistema nervoso dell’ascoltatore. Anastasio rappa in camicia di forza, Diodato mette un’ipoteca sul secondo posto, Morgan e Bugo sperimentano (ed è sempre una bella notizia, onestamente). Elodie spacca davvero e ha una presenza scenica incredibile, anche se la canzone scritta da Mahmood fa troppo pan-dan con “Soldi”.
E quando pensi di averle viste tutte, arriva Achille Lauro.
Bersaglio preferito insieme a Baglioni dello scorso Festival da parte di Antonio Ricci, uno che ha il rodimento di culo che va a pari passo alla sindrome da andropausa, quest’anno ci ha regalato un momento che resterà nella storia della televisione trash. Canta “Me ne frego” (non so se ben mi spiego) e, in effetti, se ne frega di tutto e tutti. Si presenta sul palco ammantato da una tunica tipo l’Adrian Veidt di “Watchmen”, parte calmo e pacato. E poi la tunica si apre e scivola rivelando una tutina color carne con gli strass, i tatuaggi in bella mostra (non solo quelli in faccia) e un testo e musica che, diamine ammettiamolo!, sono davvero notevoli. L’abito non fa il monaco, ci mancherebbe, e Achille riesce nella titanica impresa di concentrare gli occhi dello spettatore su di se e l’udito sulla sua canzone. Troppo per Sanremo, per fortuna. Tra un “ullallà”e un “Oh mio Dio!” abbiamo il vincitore morale, comunque vada e chiunque arrivi stasera.
Con la velata speranza che le cose vadano meglio. Molto meglio. Altrimenti, il politically correct a mentula canis rischia di far fuggire i telespettatori verso uno speciale sul Coronavirus. Tanto, male per male…
PS: permettetemi una piccola postilla da fan: BEPPE VESSICCHIO IS BACK!











