Se gli anni venti (del ‘900) sono stati ruggenti, i venti-venti saranno gli anni lenti.
Vivere con lentezza è un gesto d’amore verso noi stessi, gli altri e il pianeta.
E’ tempo di iniziare il nostro cambiamento”. È importante ed attuale questa citazione di un comunicato dell’Associazione Vivere con Lentezza per descrivere il momento che stiamo vivendo.
Da tempo l’associazione si preoccupa di comunicare come la frenesia dei tempi produce stress che non consente realmente di vivere la vita come andrebbe vissuta, a pieno. Sino ad ora si è avuto pochissimo tempo per potersi dedicare alla riflessione, a se stessi, alle piccole cose. Si è trattato di essere in corsa verso un continuo sviluppo ponendo dei requisiti che non fossero più sopportabili dalla gente, umanamente parlando.
Ad esempio la società, sino ad ora, ha richiesto a molti di rincorrere un titolo di prestigio con la speranza di poter ottenere almeno un lavoro modesto in mezzo alla dilagante disoccupazione. Ma accadeva che neanche il titolo prestigioso bastava a rendere la vita più stabile e serena. Infatti nel giro di qualche anno il mercato del lavoro chiedeva titoli su titoli, competenze su competenze, senza dare il tempo di accettare neanche i candidati più aggiornati. Per tanto tempo si è inseguita una carica che chiedesse prove insuperabili al livello di pubblici concorsi in materia di titoli, conoscenze, e abilità per stipendi esigui. Non bastava essere multitasking, ovunque, svolgere innumerevoli mansioni al prezzo di una. La famiglia si poteva conoscere prima di avere giusto il tempo di dormire, la cura di sé affidata alla rapidità dei centri estetici per chi potesse permetterselo, la cura della propria casa non senza badanti e golf. Ma che vita era questa?
È la vita della società dell’industrializzazione, da macchine in produzione continua e costante, senza avere il tempo neanche di poter ricevere una carezza, un sorriso, una parola “confortevole”. Non si parli dei sentimenti che necessitano di tempi di sviluppo troppo lunghi e non c’era spazio per loro. Un flirt o arrabbiarsi era più semplice che fermarsi a capire.
Ora si è nell’emergenza Coronavirus che ha reso questi nuovi anni venti appunto lenti. Tutto si è fermato nell’attesa di combatterlo. Ognuno è rimasto relegato alla propria casa, nella propria sfera strettamente personale. Bisogna guardare anche un lato positivo in tutto questo stato d’isolazione.
È il tempo di riposare, vedere la propria famiglia, stare con i propri cari, prendersi cura di sé e della propria casa, cucinare del buon cibo, fare attività fisica in casa. È possibile pianificare la propria agenda, poter avere tutto il tempo di riflettere cosa è importante realmente per sé, dove si sta andando, fare un po’ di palestra, mangiare sano. Prima per tutto questo non c’era spazio, ora si può finalmente sperimentarlo. L’importanza delle piccole cose, capirne il valore senza il quale si ha sempre una sensazione di corsa repentina, scarsezza di tattica ed energie, un senso totale di vuoto.
Una speranza rimane: che la vita dopo il coronavirus non sia resa ancora, o ancora più, difficile per vivere con un lavoro dignitosamente, che si smetta di chiedere e pretendere tanto dai cittadini per conferire un lavoro quasi dovesse fare una gara olimpica o di più.
Il lavoro non è un privilegio per pochi, non è un premio, è un diritto alla vita: la base della dignità umana.
Speriamo si semplifichi il suo raggiungimento e si dia la giusta importanza affinché tutti ne posseggano uno. Non si capisce il perché sembra tanto difficile questo obiettivo.
di Maddalena Coviello











