Puntuale come una cazzata sparata da un No-Vax quando si parla di pandemia, ecco a voi la rubrica oramai diventata un cult di PugliaIn: l’alfabeto di Sanremo 2022 Edition.
A come Amadeus: terzo anno di fila per il nostro Ama all’Ariston. Terzo anno di fila che conquista la prima lettera del nostro alfabeto. Terzo anno di fila che conduce Sanremo sperando che qualcuno gli faccia da spalla per poi ridere come un fesso pure se gli sferrano un calcio nelle palle. Fiorello gli regge il gioco solo per la prima serata, Checco Zalone lo surclassa, Drusilla se lo mangia, digerisce e risputa. Renzo Arbore aveva lanciato “il bravo presentatore”, Amadeus ha creato “l’inutile presentatore”, con l’aggravante del aver scelto alcune canzoni per cavalcare il gusto della generazione Tik Tok. Non c’è due senza tre. Ora speriamo che la Rai lo lasci definitivamente nel preserale.
B come Britney: per chi è cresciuto con “One more time” il duetto Marrone-Michelin è stato un pugno nello stomaco. Un tentativo patetico e, onestamente, ridicolo di affermare un girl power senza grinta, con la grazia da camionista di Emma e la stralunaggine di Francesca. La Spears era tutta un’altra cosa in ogni senso.
C come Cesarini: come nella classica zona in cui le squadre di calcio segnano all’ultimo istante ribaltando il risultato, così Lorena Cesarini è riuscita a inanellare una figuraccia che fa ancor più irritare per la portata del messaggio che voleva lanciare. Giocare sul colore della propria pelle per affibiare al popolo un pippone trito e ritrito (ed esposto in maniera così retorica da annoiare, che è pure peggio) sul razzismo per poi scoprire che lei, del razzismo, se ne sbatte altamente. Perché, quei beceri insulti social da parte di tre rimbambiti, non l’avevano nemmeno scalfita, per sua stessa ammissione raccolta ben prima della sua apparizione sul palco dell’Ariston. Ci sarebbero da scrivere fiumi di parole in merito ma è meglio evitare per non dare ulteriore risalto ad un’attricetta che, evidentemente, era a caccia di qualche ruolo per lanciare una carriera mai del tutto decollata. Inutile sottolineare che tutti i pesciolini online e sulla stampa hanno abboccato all’amo, salvo poi tacere dopo la scoperta della malefatte. Sia mai criticare qualcuno con un colore della pelle diversa ti faccia passare per razzista a prescindere…
D come Drusilla: senza retorica e la solita tiritera contro l’omofobia e il razzismo, Drusilla è oltre. Un personaggio magnifico, scoperto troppo tardi dal grande pubblico. L’intelligenza, il sarcasmo, la ruvidità e la libertà di essere e dire quello che si vuole, senza mai scadere nel ridicolo o nello stereotipo. Lo scambio con Iva Zanicchi è stata una delle cose più divertenti del festival, peccato che qualche giornalista lo abbia (intenzionalmente e ricavandone solo una figura di merda catartica) riportato in maniera totalmente distorta, incontrando il favore delle pecore pascenti che la seguono. Il vero sipario lo ha chiuso Drusilla anche in questo caso, sempre con classe, sempre con qul tocco di acidità che ce la fa amare alla follia.
E come Elisa: Blanco & Mahmood trionfano, giustamente. La loro canzone è orecchiabile, moderna, romantica, dolce, artefatta e il loro duetto è bellissimo. Ma Elisa è una fuoriclasse e avrebbe strameritato la vittoria solo dopo la prima nota. Sanremo è così, se ti capitano due bei pezzi devi sceglierne uno. Se poi sceglie anche la giuria demoscopica devi mettere in conto l’età dei votanti. Per Elisa un dignitoso secondo posto. Avrebbe potuto anche non presentarsi a questo Festival ma farlo ci ha regalato un capolavoro della musica italiana.
F come Fiorello: chissà lo stato delle gonadi del povero Rosario! Quel racconto su quanto Amadeus lo abbia stressato per farlo tornare al festival, anche se per una sola serata, è sembrato plausibilissimo. Lo scazzo con cui affronta il compito è latente, ritorna al suo repertorio da villaggio turistico, infila qualche battutina sui no vax, si lancia con Ama in un duetto medley da far vergognare chiunque. Inutile, quando fai qualcosa controvoglia la fai malissimo. E non importa se tu sia Fiorello, sei sempre umano.
G come Giovani: uno stuolo di giovani cantanti pronti alla ribalta annientati dalle vecchie glorie come Ranieri Morandi, Zanicchi e dalle continue conferme come Fabrizio Moro e Elisa. I discografici dominano dietro le quinte ma il risultato è tutto nella classifica finale.
H come Highsnob e Hu: la nemesi de La rappresentante di lista. Se i secondi avevano ritmo, allegria e un gusto un pò Festivalbar, i primi sono la quintessenza della depressione. I classici convinti che, per fare il cantautore nel nuovo millennio, devi essere pelato come se fossi uscito da Minority Report e depresso.
I come Iva Zanicchi: 82 anni, signore e signori miei! Una voce pazzesca, una grinta da vendere, divertente, sagace. Ad arrivarci così a quell’età! Iva ti amiamo!
L come Lauro: schiantato. Il fenomeno comincia a mostrare la corda, troppo in fretta. La parabola Sanremese di Achille Lauro è un monito per tutti quelli che vogliono far arte stupendo il pubblico: rinnovatevi perché il gioco è bello quando dura poco. Due anni fa sconvolse tutti, l’anno scorso era superospite, nel mezzo ha incontrato Fedez, e quest’anno è tornato la fotocopia di sé stesso con in più l’aria di quello che ci crede nonostante riproponga la stessa pantomima ad libitum. Non vogliamo vederlo mica arrampicarsi sugli alberi come le scimmie! Ma se proponi uno standard lo devi mantenere. Ha detto che vuole distruggere la sua carriera: ci sta riuscendo benissimo.
M come Monologo: Sabrina Ferilli sotterra tutto e tutti parlando semplicemente e ammettendo candidamente che lei non vuole fare la parte della portatrice sana di messaggi buonisti o problematici. Lei è affascinante e lo sa, si limita a giocare meravigliosamente con le parole parlando di bellezza da non catalogare. Ogni uomo o donna in ascolto cade in estasi, un pò meno certi personaggi che del ritocco per essere bello/a (e coprire la quasi totale mancanza di talento) hanno fatto il loro stile di vita. Meravigliosa.
N come Notte: Amadeus ammette che per lui mezzanotte è il pomeriggio. E la tira come sempre fin dopo l’una e mezza. Pure gli insonni si sono rotti le palle.
O come Orietta: Ahia… Come si dice in gergo, Oriettona nostra questa volta ha “Sfrasciato”. Da icona di tre generazioni a caricatura di un Pokémon il passo è stato brevissimo. Ci auguriamo che sia stato un pit-stop e che tutto ritorni alla normalità. La sua normalità.
P come Peggio: questo Festival ha inanellato delle porcherie degne di nota. Ne abbiamo già parlato: dal. Monologo a cazzo della Cesarini, al duetto Fiorello-Amadeus, passando per gli outfit di Orietta Berti alle stonature di Tananai. Raramente si erano visti svarioni simili tutti insieme. Divertenti da perculare, drammatici per la qualità.
Q come Quaderno: Amadeus (vabbè, è come sparare sulla Croce Rossa, lo so…) inforca la matita e disegna come un bimbo all’asilo. Sicuramente le sue opere sono meglio delle mie ma scrivere “Festiva” mandando a spasso la L è una licenza poetica degna delle sua qualità di direttore artistico…
R come Rappresentante: ok, siamo anni luce dal concetto di canzone indimenticabile. Ma riuscire a far fischiettare un motivetto a mezza Italia dopo un solo ascolto è già un successo. Lui con i capelli colorati di un punkabbestia, lei la fotocopia DI Rossana Doll degli inizi. In mezzo un ciao fatto pure col culo. Nazional popolari del nuovo millennio.
S come Supergiovane: Elio e le storie tese crearono Mangoni-Supergiovane, che salva il giovane, libera la giovane e fa esplodere il governo in un tripudio di miccette. Gianni Morandi E’ Supergiovane da 74 anni, facendo esplodere l’entusiasmo grazie a un brano ruffianello made in Jovanotti. Fa venire voglia di alzarsi dal divano ed andare a correre e ballare, qualsiasi cosa faccia. Mito assoluto.
T come Tananai: poco da dire a questo giovanotto simpatico ed educato. Gli si augura una prospera carriera il più lontano possibile dai palchi e dai microfoni. Imbarazzante a dir poco. Giustamente ultimo ma stava meglio a casa che a Sanremo.
U come Ultimo: Tananai, in verità, faceva meno schifo di tale Ana Mena. Che si piazza penultima. Se dovessimo dare a Cesare quel che è di Cesare, Ana avrebbe meritato davvero l’infamia dell’ultimo posto con tanto di ortaggi vari lanciati sul palco. Almeno il ragazzo aveva dalla sua la simpatia, lei ci crede davvero in quel che fa. Il che la rende pericolosa, semmai qualche discografico decidesse di riproporla.
V come Vessicchio: unico. Immenso. Magnifico. Sconfigge pure il Covid a tempo di record. Torna sul palco e accompagna al pianoforte Le Vibrazioni in “Live and let die”. Ha la barba come Chuck Norris ma Chuck Norris ha paura di Beppe Vessicchio.
Z come Zalone: l’originale, quello senza la comicità usa e getta di Pio e Amedeo, quello che non ha bisogno di parlare ogni due secondi di soldi, quello che non infila un chitemmurt ogni frase. Sale sul palco nella seconda serata, annienta Fiorello della sera prima, parla di omofobia e pandemia esorcizzando tutto con una genialità e ironia fuori dal comune. I soliti idioti cercano la polemica, la stragrande maggioranza della gente lo capisce, lo apprezza, lo stima. E gli dà ragione. Scusate se è poco.











