Si ispira a “Scritti corsari” e si chiama “Musiche corsare” la rassegna organizzata dall’associazione “Nel gioco del Jazz” nel nome di Pier Paolo Pasolini, a 100 anni dalla sua nascita, sotto la direzione artistica del maestro Roberto Ottaviano.
E’ legittimo chiedersi quale relazione ci possa essere tra Pasolini e il jazz: la risposta è tutta nella analisi critica di una società, la nostra, perbenista e conformista, responsabile di inaridimento culturale. Per andare in controtendenza bisogna alzare la testa e sollevarsi dall’appiattimento per superare ogni genere di ostacolo. Dopotutto “il confine è un limite della mente” come afferma il maestro. “Quello di Pasolini – ribadisce Ottaviano – è un insegnamento di militanza culturale: lui portava interrogativi in ambito letterario, noi in campo musicale”.
Sono sei giorni di concerti, conferenze, mostre, masterclass e proiezioni suddivisi in due weekend. Noi non ci siamo lasciati sfuggire il concerto di John Surman in duo con il pianista norvegese Vigliek Storaas. Il sassofonista inglese, classe 1944, è venuto numerose volte nella nostra Regione, l’ultima proprio per “Nel gioco del Jazz” nel 2019.
La sua esperienza è vastissima e abbraccia l’universo musicale a 360 gradi, con la capacità di spaziare dal free all’elettronica, passando con disinvoltura attraverso la musica religiosa e il folk. Surman compie il miracolo nel momento in cui non crea contaminazioni, ma concepisce e realizza pura musica calata in una visione totale ed esclusiva di jazz inteso in senso lato. Anche se le sue ultime innovazioni sono legate a sperimentazioni di elettronica con il figlio Ben, tastierista, eccolo fare un tuffo nel passato e richiamare Storaas, vecchio amico col quale nel 1995 realizzò l’album “Nordic Quartet”: con Terje Rypdal alla chitarra e Karin Krog, vocalist, il disco è semplicemente sublime ed onirico, ricco di raffinate e dense atmosfere impressioniste.

Il duo ascoltato al Teatro Forma di Bari sabato scorso risponde perfettamente alle intenzioni di presentare solo jazz elaborato in Europa; e voler riprendere ambientazioni nordiche (Norvegia in particolare) non può che rimandare a suggestioni un po’ lontane dai canoni afroamericani del jazz. La iniziale “Countermeasures” è articolata e poliedrica giocata su tonalità liquide: Soraas si mostra subito pianista solido ed elegante. Surman adopera soprattutto il sax soprano e il clarinetto basso, ma si affida al flauto dolce quando deve introdurre “Three Princes”, una sorta di giga che evoca solitudini e trolls scandinavi. “Sad Song” è una ballata che strada facendo si frammenta e si frantuma, mentre “Stev” e “Tortoli Ballad” toccano vette di intenso lirismo. Tutto scorre in vibrazioni liberatorie e sontuose: la finale “Druidi Circles” è un potente crescendo di ritmica e virtuosismo.
Resta un rammarico: quello di non avere visto il pubblico delle grandi occasioni, come sicuramente avrebbe meritato chi ha fatto la storia del jazz europeo. Il caldo improvviso di questi giorni ha sicuramente distratto l’attenzione dei jazzofili di casa nostra.
I prossimi appuntamenti prevedono il 27 maggio Stefano Battaglia e il gruppo “Sound Glance” della contrabbassista Silvia Bolognesi; il 28 il quartetto di Maksim Kochetov; gran finale il 29 con Martial Portal in sestetto. In programma anche una masterclass dello stesso Battaglia e la proiezione di un corto, “Percussioni in libertà” il giorno 26.











