HomeStoria della Puglia1656: la peste attacca la Puglia

1656: la peste attacca la Puglia

Il 1656 fu un anno orribile per il Mezzogiorno d’Italia: il Regno di Napoli, infatti, fu colpito a lungo da una epidemia di peste che devastò contrade, paesi e città, con una virulenza straordinaria.

Non riuscì a sottrarsi al contagio la Puglia, dove si contarono migliaia e migliaia di morti e la malattia lasciò segni profondi nell’immaginario collettivo.

Del resto, a causa della sua posizione geografica e della presenza di numerosi porti, la Puglia è stata sempre particolarmente esposta al bacillo della peste bubbonica, trasmesso agli uomini da ratti e pulci che, nelle merci trasportate sulle navi provenienti dall’Oriente, trovavano l’habitat ideale per la loro diffusione.

Molti furono gli scrittori e gli artisti che, nelle loro opere, narrarono e raffigurarono quei drammatici eventi.
Fabrizio Veniero, ad esempio, nel suo “Disavventure di Bari” (1658), descrsse molto bene le paure, i provvedimenti sanitari e le pratiche devozionali dei baresi di fronte alla malattia.

Infatti, come spesso accadeva in passato, davanti ad eventi umanamente incomprensibili e scientificamente lontani da qualsivoglia risoluzione, le risposte si cercavano nel soprannaturale, nella provvidenza e nella protezione divina. Così, era facile che si moltiplicassero le processioni penitenziali, o le giornate di preghiera dedicate ad alcuni santi taumaturghi come Rocco, Antonio, Sebastiano o la Madonna di Costantinopoli.

I baresi, per esempio, utilizzarono la manna prelevata dalla tomba di San Nicola per allontanare il morbo dagli uomini, dalle cose e dalle abitazioni e si rivolsero a san Michele Arcangelo, l’angelo al quale, nella Bibbia, viene delegato il compito di infliggere e di eliminare le pestilenze.

Quando si sparse la voce che solo il Gargano era rimasto immune dal contagio, fu inviata a Monte Sant’Angelo una delegazione cittadina, con il compito di asportare dalla grotta numerosi frammenti di pietre benedette che, una volta giunte nel porto barese, furono poi murate sulle facciate degli edifici più importanti della città, quasi ad esorcizzare il male.

Di fronte al pericolo del contagio, si misero in atto, ovunque, forme di prevenzione e cura, come la chiusura delle porte di accesso alla città e l’allestimento di lazzaretti, ma, in genere, si preferì nascondere la verità, piuttosto che alimentare il panico e impedire il commercio. Per questo motivo, fu innalzata nella piazza cittadina una forca e quelli che venivano sorpresi a seminare la paura, venivano imprigionati nel castello e condannati al patibolo.

Alla fine dell’epidemia, solo a Bari si contarono oltre 12000 morti e non c’è dubbio che la città subì profonde trasformazioni sul piano demografico, economico e sociale.

I maggiori benefici furono tratti dalle istituzioni ecclesiastiche, in virtù della diffusa volontà di malati e moribondi di donare i propri beni alla Chiesa, in cambio della salvezza delle anime. Così, un po’ dappertutto, chiese e cappelle si arricchirono di tele e sculture di santi intercessori e Vergini miracolose. Nella basilica di San Nicola, per esempio, fu realizzato il fastoso e sontuoso soffitto che ancora oggi ricorda al pellegrino e al visitatore la fine di quei tristi eventi.

Tra i paesi della provincia di Bari maggiormente colpiti dalla peste, ci furono Andria, Modugno e soprattutto Barletta.
Alcuni paesi, come Ostuni in Puglia, rimasero invece inviolati dal contagio, forse grazie alla benevolenza di S. Oronzo, ma, certamente, anche grazie alla consuetudine degli abitanti di tutta la Valle d’Itria di ricoprire con la calce le mura delle abitazioni, per tinteggiarle di bianco. La calce viva è infatti un prodotto notevolmente basico e ha una proprietà altamente disinfettante, poichè brucia ogni sostanza o materiale con cui viene a contatto.

Tra la fine del 1690 e l’inizio del 1691, una nuova epidemia colpì la Puglia ed anche se fu meno virulenta di quella del 1656, provocò numerose vitttime.

La peste questa volta colpì in particolare Conversano, estendendosi, poi, a Monopoli, Polignano, Mola, Fasano e Castellana.
Non mancarono gli ammalati illustri, come il conte di Conversano, insieme a tutta la sua famiglia.

In questa circostanza, le autorità, piuttosto che a santi e madonne, fecero ricorso a veri e propri provvedimenti polizieschi: per evitare il ripetersi degli eventi del 1656, i paesi sospetti e colpiti dal contagio furono rinchiusi in un lungo e alto «muro della peste» che nessuno poteva valicare. La sua funzione era quella di circoscrivere i borghi e proteggere i sani dalla gente infetta, impedendo o limitando al massimo il contatto con l’esterno.
Laddove la disperazione prendeva il sopravvento arrivava la sommaria giustizia umana: ai soldati fu infatti dato l’ordine di far fuoco contro tutti quelli che tentavano la fuga.

Le misure sanitarie, igieniche e profilattiche adottate localmente e negli stati confinanti consentirono, comunque, di circoscrivere la malattia che, dopo aver colpito in maniera marginale anche altre zone territoriali, si estinse del tutto.
Nella normalità delle credenze, degli usi e della cultura del tempo, i ceti popolari intensificarono le pratiche religiose e, all’attenuarsi dei nefasti effetti della malattia, tutti cominciarono a gridare al miracolo.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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