Il jazz ha anche una matrice cubana, e a pieno titolo. Non dimentichiamo che furono gli Spagnoli a portare a Cuba gli schiavi neri che catturavano in Africa, perchè la popolazione locale era scarsa per la produzione della canna da zucchero. Così si sviluppò una cultura afrocubana, fonte di stimoli vari portati a maturazione nel tempo. Omar Sosa ne è sicuramente un erede nel campo musicale. Cominciò con le percussioni per poi passare al pianoforte. Ascoltava Oscar Peterson, Herbie Hancock, Keith Jarrett, anche Parker e Coltrane, ma soprattutto Thelonius Monk. Si trasferì a San francisco e poi venne in Europa: ora vive a Barcellona.
Il suo più grande pregio è quello di fondere generi diversi sempre sotto la matrice jazz. Mentre valica frontiere di qualsiasi genere, Omar apre a sonorità insolite. Da vero musicista a 360 gradi crea un jazz ibrido nel quale trovano spazio il groove afro-cubano, i ritmi latini, la musica classica, le sperimentazioni orchestrali e le pulsazioni urbane. E si può anche azzardare un accostamento a una forma di new age sui generis. E’ un linguaggio globale che celebra le diversità delle musiche d’oltreoceano (ed europee), senza dimenticare le radici africane.
In 25 anni di attività Omar ha prodotto 34 album, incassando 7 nomination ai Grammy Award. Negli ultimi anni ha registrato album eccellenti con Paolo Fresu, “Alma” nel 2013 e “Eros” nel 2016; ed ora i due stanno lavorando a un nuovo disco, “Food”: la loro è una collaborazione feconda e preziosa.
Il concerto, organizzato da “Nel gioco del jazz”, era già in programma un paio d’anni fa, ma fu annullato per le note restrizioni legate alla pandemia.
Sul palco del Teatro Forma di Bari prima di Omar si è esibito un gruppo di bambini della Scuola Don Mario Dalesio dell’Istituto Comprensivo De Marinis di Carbonara diretti dal maestroteatro formateatro forma. Utilizzando strumenti realizzati con materiali di riciclo, è stata eseguita “Alma”, la composizione forse più rappresentativa di Sosa. L’iniziativa fa parte del progetto “Il giro della musica in 10 mondi” a cura di “Nel gioco del jazz”, che vinse a novembre scorso un ‘Bando idee’ della Fondazione Puglia.
Poi è entrato in scena Omar recando una candela e un pezzo di corda, in abbigliamento di stile africano con tunica e copricapo bianchi. E ha attaccato in sequenza due brani (uno era “Alma”) di grande profondità sonora, dalla grande sensibilità armonica. Una impressione tranquilla ha veicolato verso una riflessione meditativa di grande impatto. Niente ricercatezze tecniche: la forza comunicativa è stata l’elemento portante. Tastiera elettrica, campionature e voci registrate sono state orchestrate e combinate col pianoforte per creare ambientazioni insolite che si mescolavano e si dissolvevano con fluidità impercettibili.
Non si comprende come a tutto ciò sia seguito come un cedimento, o un rilassamento: piano piano la performance ha perso brillantezza, è calata di tono e di vigore espressivo. La comunicativa si è trasferita nei dialoghi col pubblico e l’incanto iniziale si è dissipato. Se era impossibile ripetere la magia che si percepisce nelle collaborazioni con Fresu e Morelenbaum, o i suoni ammalianti della kora di Sekou Keita (album “Suba”), ci si potevano aspettare le malie di “Iroko”, disco registrato a gennaio con il musicista brasiliano Tiganà Santana, nel quale semplici accordi arpeggiati di pianoforte sono capaci di creare e destrutturare riflessioni spirituali. Si è verificata una dispersione di intenti e finalità che, anche nel giudizio tutto sommato positivo dell’esibizione, ha creato una certa confusione. Lecito aspettarsi qualcosa in più da un artista della sua levatura. Ma, si sa, i concerti non sono mai uguali, sono irripetibili: nel bene e nel male. E tutti hanno sempre qualcosa di tangibilmente bello e qualcosa di imprevedibilmente distorto.











