Invidia o stima: sono questi i sentimenti che il titolo potrebbe aver suscitato nel lettore.
Così come distinti e distanti sono questi due sentimenti così lo sono anche la città e la campagna, che offrono Rocco Scotellaro, scrittore originario di Tricarico spazio per una meditazione su sé stesso e sul mondo in un contesto, quello del dopoguerra nel sud Italia, in cui la società appare lacerata da ingiustizie sociali e il sistema capitalistico sembra prendere il sopravvento sul mondo contadino.
Appare difficile racchiudere in poche righe la vita di un uomo come Rocco Scotellaro, che in così pochi anni è stato al tempo stesso politico, scrittore e poeta. Scotellaro viene ricordato infatti per esser divenuto sindaco all’età di ventitré anni. Ma non è l’unico motivo. Egli dimostrò infatti nel corso degli anni un’instancabile quanto sincera vicinanza ai contadini della sua terra, avvalorata da una serie di opere, poesie e frammenti, molte delle quali pubblicate postume.
È ricordato inoltre per la sua relazione con una donna straordinaria, Amelia Rosselli, con la quale ha condiviso una veemente critica nei confronti della società. Una società, ignorante e meccanicistica di stampo capitalistico, complicata dalla macchina burocratica dello Stato.
Scotellaro infatti, pur non appartenendo propriamente al mondo contadino, comprese precocemente come fosse necessario e indispensabile ridurre le distanze tra governati e governanti. Egli raccolse pertanto storie e racconti di una realtà, quella contadina, che stava tramontando. Diveniva allora ancor più urgente denunciare questa violazione dei ritmi naturali del lavoro della terra alla luce dell’emergere sempre più prepotente e violento di una società governata dal tintinnio del Dio denaro.
“La città mi uccide”, “la terra mi tiene” citando due delle sue poesie. Da una parte l’asfalto, le merci immobili nelle vetrine, i cartelloni, i neon, gli alberghi. Dall’altra parte la strada deserta, i fiori, la terra gialla e l’uva puttanella. La città che invade gli spazi della natura con i suoi boati, e la libertà bucolica ormai perduta che lascia spazio al tempo scandito dalle corse dei tram.
Rocco Scotellaro dunque poeta degli ultimi, in difesa del popolo, dei lavoratori, di quei contadini del sud analfabeti e del loro grido di rivolta e, in fondo, della loro semplice richiesta di una società dai valori più umani e civili.
Le sue opere sono pregne di testimonianze reali, le sue battaglie sono concrete e condivise dal basso, e il suo arresto invece deciso dall’alto.
Diceva Scotellaro nella sua Poesia La mia bella Patria
Io sono un filo d’erba
Un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano.











