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“Nero a metà”, e Pino Daniele rinasce allo Showville, almeno per una serata

Sono passati 44 anni e non li dimostra. “Nero a metà”, album storico di Pino Daniele pubblicato nel 1980, non deve mai mancare in una discoteca che si rispetti: è uno dei 100 dischi più belli della musica italiana, addirittura al 17° posto nella personale classifica stilata dall’autorevole rivista “Rolling Stone”. Il ‘nero a metà’ per eccellenza per noi tutti è da sempre Pino, ma lui volle dedicare il titolo a Mario Musella, suo amico e leader del gruppo napoletano degli Showmen, morto da poco a soli di 34 anni di cirrosi epatica: Musella era figlio di madre italiana e di un soldato americano, e questo motivò Pino.

“Nero a metà” viene a coronare un periodo di fermenti culturali nell’area napoletana maturati negli anni ’70. Qualche critico parlò di West Coast italiana, facendo il verso alla costa orientale americana, la California, e il critico Roberto Marengo lo definì ”Napule’s Power”. Era il momento in cui varie influenze d’oltreoceano e oltremanica si affermavano e si innestavano nella tradizione italiana e napoletana: gli Osanna, i fratelli Bennato, Teresa De Sio, Opus Avantra, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Tony Esposito, Alan Sorrenti, Tullio De Piscopo, per citarne alcuni, ne furono protagonisti. E naturalmente Pino Daniele, che quando scomparve nove anni fa a soli 60 anni, lasciò una eredità musicale che non ha mai perso attualità. E da questo principio è nata la voglia, l’idea, di riproporre il suo repertorio nella maniera più fedele possibile. “Nero a metà experience” è un progetto concepito da tre dei musicisti che suonavano con Pino: il bassista Gigi De Rienzo, il batterista Agostino Marangolo, il tastierista Ernesto Vitolo. E viene da chiedersi come mai non vi ha partecipato anche il sassofonista James Senese, che addirittura aveva avuto fra i componenti del suo gruppo, i “Napoli Centrale”, proprio Pino agli inizi della carriera.

“Nero a metà Experience” approda a Bari ad opera di Artificio Produzioni con la direzione artistica di Michelangelo Busco (non sbaglia mai un colpo lui) e riempie lo Showville. A completare il trio di vecchi amici ci sono Jerry Popolo ai sax e Osvaldo Di Dio alla chitarra, mentre la parte vocale viene curata da tre cantanti che si sono alternati al microfono: Emilia Zamuner, Greg Rega e il nostro Savio Vurchio. Il concerto è scivolato liscio come l’olio dall’inizio alla fine. Non sono state eseguite solo le canzoni del famoso disco, ma anche i maggiori successi di Daniele (e sì che ce ne sono, e sono tanti!). “I Say i’ sto cca’” a ricordarci che la sua figura è sempre presente, “Musica musica”, “Voglio di più” (inizialmente destinata a Mina), “Nun me scoccià”, “Quanno chiove”, “Alleria”, “Je so’ pazzo”, “A testa in giù”….c’è bisogno di andare avanti?

De Rienzo si fa carico di dialogare con il pubblico, di raccontare, di presentare i pezzi; Vitolo (la sua bravura è inversamente proporzionale alla sua altezza) sembra incontenibile alle tastiere; Marangolo (adesso abita a Bari) sorregge egregiamente con la ritmica; Popolo è un eccellente musicista e non fa rimpiangere la tecnica di Senese; Di Dio all’occorrenza da un impronta più rock alla chitarra con degli assolo calibrati, misurati, imprimendo una certa velocità di esecuzione.

Tra il rock progressive di stampo anglosassone e la riscoperta della tradizione con le ricerche del maestro De Simone, Pino Daniele aveva scelto la strada del blues, inserendosi nel filone dei cantautori e rimanendo in qualche modo influenzato da Eric Clapton (“Slowhand”, ‘manolenta’) nello stile chitarristico. E se la sua voce, particolare, subito riconoscibile, era un po’ smorzata, ovattata, quelle di Vurchio e Rega sono brillanti, arricchiscono le canzoni di toni e colori, senza voler rubare nulla a nessuno. La Zamuner si trova più a suo agio con il jazz, come in “Sotto ‘o sole”, un pezzo nel quale tutti i musicisti hanno la possibilità anche di improvvisare.

Poi arrivano “Dubbi non ho”, “Je sto vicino a te”, la poetica “Quando”, scritta con Troisi, “A me me piace ‘o blues”, il pezzo più funky di tutta la carriera.

Siamo agli sgoccioli e nel bis “non si può andare via senza queste due canzoni” dice De Rienzo: “Yes I Know My Way”, col pubblico tutto in piedi a ballare, e “Napule è”, con le lucine di mille telefonini come accendini.

Tra nostalgie, rammarichi, emozioni e gioie il pubblico ha cantato, ha ballato, si è commosso: Pino Daniele ancora oggi a distanza di quasi 10 anni dalla sua scomparsa è ancora capace di questo. Grazie Pino.

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