HomeStoria della Puglia2 dicembre 1943: il bombardamento del porto di Bari

2 dicembre 1943: il bombardamento del porto di Bari

La sera del 2 dicembre 1943, 105 bombardieri Junkers Ju 88, appartenenti alla Luftwaffe tedesca, attaccarono il porto di Bari e bombardarono tutte le navi da carico e trasporto che vi erano ancorate.

L’incursione causò grosse perdite per gli alleati, che non subivano un attacco a sorpresa di tale efficacia dal bombardamento giapponese di Pearl Harbor.

Per la città di Bari le conseguenze del raid furono disastrose, soprattutto a causa delle contaminazioni tossiche prodotte dall’esplosione di alcune armi chimiche nascoste su una delle navi.

Ricostruiamo gli eventi di quella terribile giornata.

In vista dell’imminente invasione nel sud Italia, l’aviazione anglo-americana stava costruendo decine di aeroporti nella zona di Foggia e in altre parti della Puglia ed aveva scelto il porto di Bari come centro strategico di approvvigionamento dei rifornimenti per tutta l’8ª Armata britannica e per le forze aeree alleate.

Il controllo dei cieli italiani era totale e i bombardieri tedeschi a lungo raggio avevano compiuto solo otto incursioni in Italia, dalla metà di ottobre in poi, delle quali quattro contro Napoli.

Quasi tre quarti degli aerei della Luftwaffe erano stati trasferiti in Germania per la difesa del Reich, mentre i bombardieri alleati avevano costantemente aumentato la pressione contro gli aeroporti nemici.

A tutti, insomma, sembrava che i tedeschi avessero ormai perso la guerra aerea.

La difesa di Bari fu dunque trascurata.
In città non vi era traccia di squadriglie della Royal Air Force e gli apparecchi che si trovavano in quel raggio d’azione erano assegnati a scortare altri convogli, o impegnati in missioni d’attacco.
Le difese del porto erano del tutto insufficienti.

Il comando della Luftwaffe, al contrario, era intenzionato a intralciare e rallentare i rifornimenti alleati che giungevano al porto di Bari e aveva pianificato da tempo un attacco contro le navi che giornalmente vi attraccavano, attendendo soltanto il momento propizio per eseguire l’operazione.

Il raid fu fissato per i primi giorni di dicembre, quando la luna crescente avrebbe consentito una sufficiente visibilità ai piloti e reso meno individuabili gli aeroplani in arrivo.

Il 2 dicembre erano diverse decine le navi alleate presenti nel porto di Bari.
A causa delle poche ore di luce disponibili, per accelerare lo scarico delle forniture, si lavorava intensamente anche dopo il tramonto e tutta la zona portuale era sempre illuminata a giorno.

Fra le navi all’ancora, al molo 29 era attraccata la John Harvey, arrivata quattro giorni prima dopo un lungo viaggio da Baltimora.
Il piroscafo attendeva, come tanti, di scaricare il suo contenuto: 1350 tonnellate di bombe, contenenti una sostanza tossica nota ai chimici come iprite.

Benché diversi funzionari fossero al corrente dell’insolito e pericoloso carico, era stata data la precedenza di scarico ad altre navi, perchè trasportavano forniture mediche e munizioni convenzionali.

La presenza dell’iprite a bordo della nave aveva una logica.
Nessun comandante alleato poteva ignorare il rischio che i tedeschi utilizzassero le armi chimiche, delle quali, del resto, erano stati i primi utilizzatori durante la prima guerra mondiale, nella battaglia di Ypres del 1915.
E poiché gli allarmi e le relazioni a tal proposito si susseguivano, il Dipartimento di guerra statunitense aveva stabilito di trasportare in segreto nel Mediterraneo più di 200 mila bombe chimiche e un grande quantitativo di iprite.

I tedeschi, forse, lo avevano scoperto.

La maggior parte degli aerei impiegati nell’attacco di Bari decollò da basi nel nord Italia (tra le quali, sicuramente, Orio al Serio e Ronchi dei Legionari); altri provenivano da due aeroporti nei pressi di Atene.

I bombardieri tedeschi raggiunsero Bari volando a bassissima quota per sfuggire ai radar nemici.
Alle 19:30 i primi due incursori della Luftwaffe sganciarono scatole piene di striscioline di stagnola, che gli alleati chiamavano window (finestra) e i tedeschi düppel (imbroglio): servivano a deflettere e disperdere i segnali radar.

Lo stratagemma di occultamento radar funzionò in pieno, anche grazie al fatto che il radar principale (situato sul tetto del teatro Piccinni in via Vittorio Emanuele), quello che per primo avrebbe dovuto lanciare l’allarme, non funzionava da giorni e i caccia britannici, che come ogni giorno venivano mandati a pattugliare il cielo al crepuscolo, quella sera erano già rientrati.

Questa associazione di fattori favorevoli consentì ai primi venti bombardieri Ju 88, guidati dalle luci portuali e dai propri razzi, di giungere sugli obiettivi ad appena cinquanta metri d’altezza.

Le prime bombe caddero nel centro città e uccisero soldati e civili vicino all’Hotel Corona.
Altre bombe squarciarono le condutture di carburante nel porto, e il petrolio si sparse ovunque, facendo letteralmente incendiare l’acqua del mare.

Nell’incursione furono complessivamente danneggiati otto cargo e affondate 17 navi; in mezz’ora di bombardamento erano state distrutte circa 38 mila tonnellate di materiale, inclusa una grande quantità di attrezzature mediche, e oltre 10 mila tonnellate di lastre d’acciaio destinate alla costruzione degli aeroporti.

Centinaia di civili morirono a causa dei crolli, o calpestati mentre correvano a ripararsi, mentre numerosi marinai dei mercantili e portuali italiani persero la vita nell’acqua satura di petrolio e agenti tossici.

Nelle ore seguenti all’attacco, gli ospedali della città si riempirono di uomini che lamentavano gravi irritazioni agli occhi e alla pelle.
A molti di questi pazienti fu diagnosticata una grave forma di dermatite.

Nel frattempo, le notizie del bombardamento furono immediatamente sottoposte alla massima censura, soprattutto per cercare di non far trapelare la notizia del carico di iprite a bordo della Harvey.

Alle 14:15 del giorno seguente, sei ufficiali britannici e sei americani, che sapevano tutto del carico segreto, decisero, per questioni di sicurezza, di non dare l’allarme generale e le uniche misure adottate furono quelle di disinfettare i frangiflutti del molo 29 con una tonnellata di candeggina e affiggere cartelli con scritto “PericoloEsalazioni“.

La prima morte a causa dell’iprite avvenne circa 18 ore dopo l’attacco e ad essa ne seguirono subito altre.

I medici non ci misero molto tempo a rendersi conto che la “dermatite” fosse, in realtà, qualcosa di molto più grave e la causa fosse l’esposizione all’iprite.

Gli ospedali militari confermarono 617 casi di contaminazione, 83 dei quali mortali, anche se l’inchiesta successiva parlò di molti altri casi dei quali non esistevano testimonianze.

Anche tra i civili ci furono migliaia di vittime, anche se nessun resoconto ha mai chiarito il numero preciso delle persone morte a causa della contaminazione chimica.

Il generale Dwight David Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate, ordinò la creazione di una commissione segreta d’inchiesta, che, nel marzo 1944, concluse che i casi di “dermatite” erano causati, in realtà, dalla fuoriuscita di iprite dalla stiva della John Harvey.
Ciò nonostante, il primo ministro inglese Winston Churchill ordinò che tutti i documenti britannici venissero classificati e segretati, elencando le morti per iprite come “ustioni a causa di un’azione nemica”.

I documenti al riguardo dell’attacco furono declassificati dal governo statunitense solamente nel 1959, ma l’episodio rimase all’oscuro fino al 1967, anno in cui l’Istituto navale statunitense pubblicò un saggio sull’argomento, al quale seguì, nel 1971, un libro scritto da Glenn Infield, dal titolo “Disaster at Bari“.

Il dottor Stewart F. Alexander, uno dei medici che a metà dicembre furono inviati a Bari nel contesto dell’inchiesta segreta voluta da Eisenhower, conservò molti campioni di tessuto prelevato dalle vittime sottoposte ad autopsia.
Dopo la guerra, questi campioni divennero molto utili nello sviluppo di una prima forma di chemioterapia a base di iprite, la mecloretamina.

È stato questo il primo tentativo di terapia antitumorale attraverso un approccio farmacologico a poter vantare un certo grado di successo, e viene per questo considerato l’atto di nascita della moderna chemioterapia.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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