HomeCulturaTime Zones, a Bari la musica oltre i confini

Time Zones, a Bari la musica oltre i confini

Se ci si vuole imbarcare in un’avventura bisogna valicare i confini del conosciuto e dell’ordinario, consapevoli che il rischio è il prezzo di ogni esplorazione. E’ quello che da quasi 40 fa “Time Zones”, affidandosi a musicisti d’avanguardia colti e preparati, senza necessariamente addentrarsi nel campo della pura sperimentazione. Fra i numerosi concerti della 39^ edizione abbiamo scelto quelli del 1 novembre al Teatro Kismet di Bari.

Davide Viterbo (nella foto), talentuoso violoncellista barese che già ha collaborato negli anni scorsi con progetti appositamente elaborati (indimenticabile “Distant City” del 2006), questa volta ha voluto sondare il mondo dell’elettronica avvalendosi della collaborazione con il giovanissimo Nicola Moretti. Nello scarto anagrafico si concentra tutta la differenza dell’approccio al mondo musicale; ed è proprio nel tentativo di fondere i suoni del violino, strumento classico, con le “diavolerie” elettroniche, che si realizza l’incontro/scontro fra due mondi diversi, ma non troppo.

“Fronte dei varchi” è il titolo del progetto musicale, e infatti tutto si concentra nel coraggio di valicare, varcare, quelle soglie che diamo per scontate, alla ricerca di nuovi orizzonti possibili. Siamo aldilà della cosiddetta contaminazione. Rumori di fondo, astratti, volutamente difficili da individuare, frastagliati, frammentati di Moretti, non si conciliano con i suoni del violino di Viterbo, per quanto questi ultimi possano esseri innovativi: a volte sono tocchi ripetitivi, urbani, minimali. Discutibile? Certamente. Ma il tentativo di approccio vale la pena di essere fatto. Comunque se la musica elettronica si candida ad essere la nuova musica classica, è da valutare quanto si possa rapportare a quella dei secoli scorsi e con quali modalità. L’interrogativo è aperto.

Nella seconda parte della serata (sono due i concerti per volta, secondo una formula collaudata di Time Zones), è stato dato spazio a un trio poco conosciuto in Italia e  rivelatosi una piacevolissima sorpresa: Mirco Magnani compositore toscano, produttore e musicista geniale, di adozione berlinese; Sainko Namtchylak, straordinaria cantante siberiana di Tuva, ai confini con la Mongolia; Nikolas Klau, tastierista, ex componente dei Tuxedomoon. La composizione, che ha avuto una gestazione di 4 anni, è interamente ispirata a una delle opere più note di Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”. Zoroastro o Zarathustra fu un mistico iraniano, profeta del Mazdeismo, che sulla distinzione fra bene e male fondò i principi della morale: Nietzsche partì da questa teoria per indicare una nuova strada. L’uomo per essere sé stesso deve liberarsi dalle catene dei falsi valori etici e diventare oltreuomo, superuomo. La Germania nazista poi strumentalizzò questo concetto per giustificare il razzismo.

La suite, perchè così si configura anche se articolata in vari momenti, è una profonda riflessione filosofico/musicale costellata da citazioni dal testo originale, recitate in video da Steven Brown, altro componente dei Tuxedomoon. Il risultato è un’opera affascinante che immerge l’ascoltatore in atmosfere oniriche, fatte ora di suoni dilatati, ora di pulsioni ipnotiche. Non si cercano risposte, non si danno definizioni: ognuno è libero di percepire filtrando attraverso la propria sensibilità e, volendo, di meditare. Non è musica ambient o new age: sarebbe troppo restrittivo mettere delle etichette, classificare. L’andamento segue ritmi lenti: Magnani al clarino usa sempre tonalità basse; Klau tesse tappeti sonori; Sainkho ha versatilità e  potenzialità insolite, prodigiose. La voce della perfomer decolla, vola alta, poi plana, si spegne, sussurra, declama, decisamente incanta.

“Il grande meriggio è quando l’uomo sta al centro del suo cammino tra l’animale e il superuomo” (Nietzsche)

Pubblico scarso: pochi, veramente pochi, per uno dei migliori concerti di questa stagione. Forse molti preferiscono le notti di Halloween e il food & wine, e non si rendono conto che così si resta fermi.

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