Quando nel 1970 ascoltai per la prima volta “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, disco che sconvolse tutti i canoni della musica pop anglo-italiana che stavo assimilando, mai avrei pensato che a distanza di quasi 50 anni mi sarei ritrovato a scriverne senza mai avere assistito a una loro performance. L’opportunità mi è stata offerta da una cover band, Pink Floyd Legend, la più accreditata e qualificata del gruppo britannico. Francamente non ho mai avuto molta stima delle cover, soprattutto di quelle che replicano artisti viventi: brutte o belle copie che siano, semplicemente non hanno senso.
Ma in questo caso è stato diverso: i Pink Floyd non torneranno mai più insieme, perché David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason seguono vite e percorsi diversi, senza speranza alcuna che si possa verificare una reunion. Inoltre, bisogna sottolineare che i PF Legend (nati nel 2005) con la produzione di “Menti assolute”, dopo essersi esibiti in teatri come il ‘Verdi’ di Firenze, il ‘Colosseo’ di Torino, lo ‘Sferisterio’ di Macerata e il Parco della Musica di Roma sono approdati al ‘Petruzzelli’ di Bari: questo è indice di grande professionalità e spessore. La ciliegina sulla torta era poi proprio quell’”Atom Heart Mother”, opera complessa che, a dispetto di Gilmour che oggi la definisce ‘spazzatura’, vene considerata un capolavoro assoluto. Per come è stata concepita e realizzata la partitura, scritta da Ron Geesin, sono necessari un coro nutrito e una orchestra (per l’occasione il Coro Lirico d Lecce e la Ensemble Symphonia Pugliese, diretti dal maestro Giovanni Cernicchiaro): per questo mai altra cover band era riuscita ad eseguire la versione integrale. Alessandro Errichetti, Fabio Castaldi, Simone Temporali, Emanuele Esposito, Paolo Angioi, Maurizio Leoni sono professionisti seri e preparati che hanno condotto studi accurati e approfonditi sugli spartiti degli autori delle composizioni.
La prima parte del concerto è stata dedicata ai maggiori successi della band inglese, pescando fra gli album più noti, anche se l’intera discografia è tutta da ascrivere nella storia della musica rock: “The Dark Side of the Moon”, “Wish You Were Here”, “The Wall”, “The Final Cut” su tutti. Il flusso di emozioni scorre subito dal palco al pubblico: non c’è nulla da dire, nulla da spiegare, nulla da raccontare. Ascoltare e lasciarsi andare: chiudere gli occhi e immaginare che sulla scena ci siano mito e leggenda. La musica è la stessa, identica: Errichetti alla fender stratocaster è impeccabile, anche se la voce non è proprio la stessa di Gilmour (non si può avere tutto); Temporali alle tastiere ed Esposito sono di una precisione millimetrica, Castaldi al basso per gli armonici e Leoni al sax, quando serve, tutti non hanno bisogno di spartiti. La perfezione è il loro pregio e il loro limite. Scorrono leggere e nostalgiche “Shine on You Crazy Diamond” (dedicata a Syd Barrett, fondatore del gruppo poi smarritosi dietro problemi psichici), “Money”, “Us and Them” , “Time”, “Mother”, “Astronomy Domine” (scritta proprio da Barrett prima di lasciare il gruppo nel 1968), e la straordinaria “The Great Gig in the Sky” interpretata dalle tre coriste Giorgia Zaccagni, Daphne Nisi Mete e Claudia Marss. Fra pulsazioni antiche e pulsioni indefinite si è tentati di chiudere gli occhi, ma è difficile, perché le percezioni psichedeliche sono completate da luci laser, da raggi e disegni luminosi proiettati sotto la cupola del teatro, nonche’ da immagini proiettate sullo schermo circolare sul fondo del palco. Spettacolo nello spettacolo, il più fedele possibile all’originale.
Poi arrivano il Coro Lirico e la Symphonia Orchestra: “Another Brick in the Wall”, quasi un inno, introduce “Atom Heart Mother”, la suite di 25 minuti, monumento alla psichedelia, diviso in sei movimenti come nella musica classica, con il tema che viene ripreso a tratti come nel Jazz: l’ouverture epica, le polifonie, le reminiscenze di Stravinsky, le dissonanze, gli incubi metropolitani, le allucinazioni. Tutto vero, tutto maledettamente falso, tutto inspiegabilmente meraviglioso. Segue “Summer ‘68”, altro brano orchestrale gioioso e melanconico al tempo sesso.
Il trip continua dopo le forti emozioni. Si va verso la fine del concerto con pezzi da “Animals”, il disco ispirato da “La fattoria degli animali” di George Orwell. Dopo due ore e mezza di musica si ritorna nel fresco invernale della notte barese che risveglia la mente ancora stordita.
Erano i Pink Floyd? Forse, dopotutto sognare non è proibito e non costa nulla.











