HomeCulturaArteBari, la danza coreana ha chiuso “Esplorare 2025”

Bari, la danza coreana ha chiuso “Esplorare 2025”

Si è chiusa a Bari la 7^ edizione di “Esplorare”, la rassegna di danza contemporanea organizzata da AltraDanza con la direzione artistica di Domenico Iannone. Per il terzo anno consecutivo è intervenuta la ’99 Art Company’ grazie alla collaborazione dell’Istituto Culturale Coreano in Italia, con il quale è nata una preziosa sinergia molto apprezzata dal nostro pubblico. La Compagnia è nata nel 2014 ed è rimasta sempre costante nello sforzo di coniugare l’unicità della tradizione coreana al mondo contemporaneo, strizzando per forza di cose, l’occhio all’Occidente. Non è una alienazione in atto, ma il progetto di realizzare il loro motto: ‘Danza che risuona nell’anima’. Considerando che si propone un accostamento tra due civiltà, molto distanti geograficamente e spiritualmente, è proprio grazie all’arte che è possibile raggiungere quel punto di (com)unione in cui le culture si riconoscono e si toccano.

Per la prima volta in Italia è stata rappresentata, al Teatro Kismet, “Burnt Offering”, (“Una vita in fiamme”), intesa ed interpretata dalla coreografa Jang Hyerim come una sorta di rituale che celebra la sacralità della vita. E quel sacro è stato individuato proprio là dove il suo significato affonda le radici: il rituale dell’olocausto, che nell’Antico Testamento prevedeva il sacrificio di animali vivi. Ma nell’interpretazione di Hyerim esso offre agli uomini la salvezza attraverso il sacrificio.

Nell’Antico Testamento, – afferma la coreografa – era la “fragranza” dell’olocausto a essere offerta a Dio. La nostra versione ha qualcosa di nobile: la chiave di lettura è nel tempo che trascorriamo lavorando e vivendo nel viaggio ineluttabile verso il momento della morte; ed è proprio da qui che nasce il messaggio che la vita ha valore ed è bella.”

Lo spettacolo si presenta complesso e criptico, nonostante i riferimenti e gli accostamenti. Si parte con lunghi silenzi su una scena spoglia: su un riquadro bianco due coreute tracciano segni col carboncino, non a caso elemento residuo di una combustione; sono le azioni che richiedono il silenzio o è il silenzio che viene riempito dalle azioni? Sono movimenti identici, ripetitivi, circolari: è un modo di accomunare e condividere o di omologare? Si disegna qualcosa che alla fine appare confuso, o si vuole designare un messaggio?

Prende poi forma la ‘seungmu’, o ‘danza del monaco’, la danza coreana per eccellenza dalla antica tradizione buddista, definita bene culturale immateriale: in verità le contaminazioni con la danza contemporanea sono tante, al punto che risulta difficile riconoscere la ‘seungmu’. Le movenze si susseguono soprattutto nei passi a due, mentre le note si levano dal ‘geomungo’, sorta di cetra con ponti e tasti risalente al V sec. I toni in crescendo raggiungono momenti gravi e drammatici. Il rettangolo bianco, ma ormai sporco, delimita ma non costringe: sembra esserci giusto per essere violato. Segue una fase riflessiva e più pacata con il suono armonioso della ‘gayageum’, altra cetra a 12 corde, e i danzatori invitano a un viaggio introspettivo con lucine, prima portate in mezzo al pubblico e poi posizionate sulle teste. È la strada suggerita per riscoprire valori perduti e rinascere, scrollandosi di dosso le ceneri del sacrificio, alla ricerca di bellezza e pace.

La danza è il segno che veicola le tradizioni rinnovandole senza snaturarle.

“Burnt Offering”, vincitore per migliore produzione al Seoul Arts Award, dopo Bari e Roma (uniche tappe italiane), sarà in tour in Belgio, Francia e Repubblica Ceca.

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