L’associazione “Nel gioco del jazz” infila un’altra perla nella sua collana di successi per l’attuale stagione musicale: Javier Girotto, con il suo New Direction Quartet, ha calcato il palco del Teatro Forma di Bari con il nuovo progetto, “Pasos”. E di passi Girotto ne ha fatti veramente tanti nel corso della sua carriera.
Nato a Cordoba in Argentina 60 anni fa, non ha mai dimenticato le sue origini italiane: il nonno, di Fasano, era direttore di banda, e riuscì a trasmettere al nipote l’amore per la musica. Il giovane cominciò col clarinetto per poi passare al sax tenore. Ma come tutti gli Argentini è impossibile prescindere dalla passione per il tango, che, per Javier fu un punto di riferimento costante in tutto il percorso musicale. Come sempre succede, ci sono musicisti a cui gli piace essere accostato per ispirazione, come Wayne Shorter, Jan Garbarek, John Surman, Michael Brecker. Sono stati tanti per Girotto i progetti musicali: Atem Sax Quartet, i duetti con Iorio (bandoneon) e con Biondini (fisarmonica), i Six Sax, Concerto Latino, ma soprattutto Aires Tango, un gruppo che è durato 15 anni e ha prodotto ben 10 album. Trasferitosi in Italia nel 1995 per curare affari di famiglia, Javier ha collaborato con i nostri migliori musicisti jazz, da Bollani a Rava, da Fresu a Bosso, da Marcotulli a Mangialavite e Servillo.
“Il jazz è arte e improvvisazione – sostiene – una delle forme musicali piu’ significative del ‘900 in tutte le sue sfaccettature, bop, Dixieland, hard bop ecc”. Ora che vive in Italia, a Roma (insegna al Conservatorio Santa Cecilia, ha una propria etichetta discografica), sta diversificando lo stereotipo del tango ed è alla ricerca di paesaggi sonori contemporanei. Da questo intento nasce il New Direction Quartet, con Francesco Nastro al pianoforte, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Francesco De Rubeis alla batteria; e in questa ottica prende vita “Pasos”. Di questo lavoro esiste solo una registrazione dal vivo su nastro: pertanto il concerto al Foma è stata un’opportunità, forse irripetibile a Bari, per ascoltarlo. Sono una decina di pezzi, tutti dal fascino indiscutibile, nei quali Girotto sceglie le strade piu’ impervie e difficili, quelle per cui il virtuosismo diventa una necessità e non una semplice esibizione di bravura. La musicalità è intensa, profonda; gli sviluppi dinamici, gli slanci di energia, i ritmi taglienti si legano perfettamente a una cantabilità sorprendente. Ed è da sottolineare il contributo di Nastro, pianista eclettico e lirico dal fraseggio sopraffino ed elegante: se Javier è il frontman, Nastro è determinante a conferire con intelligenza e genialità un tocco in piu’ di classe genuina con le sue improvvisazioni illuminanti. Per lui applausi a scena aperta. L’interplay è pura sinergia, per quanto collaudata, e un maggiore spazio ad assolo di Bulgarelli e De Rubeis sarebbe superlativo.
Si comincia con “Una cancion para Alexandro” per aprire a influenze prog, quasi nervose, e si prosegue con quella splendida “Alamboty” che Girotto incise con il nostro Vince Abbracciante. “Strange Days” è articolata e varia come “Colyseus”, chiaramente dedicata a Roma. E c’è anche una versione destrutturata di “Cogli la prima mela” di Branduardi, difficile, ma non tanto, da individuare nella nuova trascrizione. Spazio al blues in un paio di bani, ma il capolavoro assoluto è “Viaggio nella memoria”, un pezzo che Javier ha voluto dedicare ai desaparecidos delle dittature argentine che lui ha vissuto, quelle di Videla e Gualtieri.
Si chiude in bellezza con due chicche, due composizioni appena uscite dal cuore e dalla penna: “Musician Town” e, nel bis, “La tregua”.
Peccato che buona parte del solto pubblico barese abbia preferito andare in giro per shopping natalizi, molto probabilmente. Gli assenti hanno sempre torto.











