Sul primo provvedimento adottato e firmato da Antonio Decaro, quello relativo alle iniziative per cercare di abbattere le liste d’attesa, intervengono i Consiglieri regionali di Fratelli d’Italia con una dichiarazione congiunta.
“La montagna non ha partorito neppure un topolino! Il nuovo presidente Antonio Decaro è sicuramente animato da buone intenzioni e apprezziamo che il suo primo provvedimento siano state le liste d’attesa, ma dimostra di conoscere ben poco della Sanità made in Regione Puglia, visto che tutto quello che viene proposto in ‘via sperimentale’ è da tempo previsto, a cominciare dal monitoraggio delle prescrizioni diagnostiche per finire a quello sull’intramoenia. Così, alla fine, il capro espiatorio diventano i medici – da quelli di base praticamente definiti ‘nullafacenti’ a quelli ospedalieri che, con visite private, punterebbero solo a far soldi – e viene ‘sbolognato’ alle Asl il compito di proporre, entro tre mesi, un Piano di riduzione delle liste di attesa con ambulatori aperti fino a tarda sera.
La prima domanda è facile: quanto viene finanziato per coprire queste ulteriori spese? Perché ricordiamo sempre al neo presidente che le ‘nozze’ sono un bel momento, ma non si fanno con i fichi secchi! Senza contare che i direttori delle Asl, alcuni peraltro scaduti, hanno difficoltà organizzative già evidenti e ora sono chiamati a prevedere la soluzione del problema dei problemi della Sanità – le liste d’attesa – con un Piano che a questo punto definiamo ‘dei miracoli’. Ci sembra di essere tornati indietro di 20 anni, quando l’allora presidente Nichi Vendola – che aveva vinto la campagna elettorale sulla ‘Sanità migliore’ – insediò, fra i primi atti, addirittura una task-force alla quale diede sei mesi di tempo. Sono passati 20 anni!
Del resto, non ci sono sfuggite le affermazioni di un uomo di sinistra e luminare della medicina, come l’ex assessore Pierluigi Lopalco, che per primo ha sottolineato – da buon conoscitore della macchina dell’Assessorato regionale – che i ‘pannicelli caldi’ servono a ben poco se non si mette mano a riforme strutturali, che non possono non prevedere il coinvolgimento delle strutture sanitarie private accreditate.




















